
Restò almeno un’ora immobile su quella panchina. Se avesse potuto avrebbe chiesto di fare silenzio su tutto il lungomare.
Noi restavamo mestamente in auto. Aspettavamo che rientrasse.
Se fosse stato capace di tanto avrebbe chiesto e ottenuto di zittire i gabbiani.
“Quelle ugole sempre troppo vivaci dei pennuti. Prendi il merlo. Quel suo gorgheggio acuto, squillo incostante dettato da guizzi di un umore folle, respiro di un piccolo ventre carenato, ugola angusta provvista di lingua puntuta e becco giallo, sempre pronta a modulare solfeggi dettati da chissà quale ispirazione , esercizi di stile appresi in ambiti ignoti, presso una scuola negata agli umani.”
Smisi di leggere il passaggio sugli uccelli e chiesi quanto di questa definizione fosse invenzione poetica; la donna accanto a me sorrise.
- No, quella è una sua vera ossessione. Demetrio teme realmente i volatili… un giorno ha detto anche che ciò che lo infastidisce maggiormente in loro è quella… “libertà anarchica” inoltre… “la scrollata repentina del capo, i piccoli occhietti allucinati, le palpebre cornee, eredità della loro discendenza dai sauri, cose incomprensibili di una natura insondabile e sicuramente irriverente alla sensibilità dell’artista”.
La ascoltavo studiando i gesti del musicista lontano, sulla panchina. Credo stesse parlando da solo, poi rivolsi nuovamente lo sguardo alla donna, le cose che mi riferiva, leggendo, erano estratti da “Biografia di un’estate”, il best seller sulla vita del cantautore. Sul sedile, tra me e la donna, v’era una pila di dieci copie autografate del libro, pronte per essere regalate ad alcune conoscenze illustri dell’artista.
Lui se ne stava di spalle, continuava a parlare con le onde. Il suo assistente, in piedi a pochi metri dalla panchina, fumava tenendo un piede sopra una bitta e aspettava più di tutti noi che il suo capo ritrovasse il bandolo della matassa.
Ma chi avrebbe avuto il coraggio di andare lì e riportarlo ad una dimensione più domestica, ora che era completamente rapito da uno di quei suoi singolari tumulti interiori.
Ammetto che quasi avevo sperato che ciò avvenisse quel giorno. Ero stato esaudito nella mia morbosità di giornalista, avrei visto l’artista che soffre, colto nel suo aspetto più recondito e il reportage che andavo a fare avrebbe avuto più mordente, se solo fossi riuscito a tradurlo in una forma che potesse far fronte alle limitazioni che l’entourage dell’artista mi imponeva.
L’artista stesso andava ammorbidito affinché la mia rubrica potesse andare in onda. Egli è inflessibile coi suoi collaboratori, difficilmente e solo per fair-play si comporta diversamente con chi lo avvicina dall’esterno della sua corte. Non che sia avaro (di emolumenti no, di umanità forse, a detta di qualche suo strumentista), ma la sua linea oltranzista non cede il passo sui dettagli, sugli orari, sulle regole. L’artista non transige sui ritardi, allo stesso modo non accetta che ci siano sforamenti sugli orari pattuiti.
“Se chiudessi un occhio sui tuoi cinque minuti di ritardo dovrei pagarti anche per quei cinque minuti in cui non hai lavorato, per la stessa ragione non otterrai che ti concordi un arrotondamento di cinque minuti sul tuo straordinario.”
Questo è il tenore degli unici scambi di chiacchiere che si concede coi musicisti fuori dal palco.
Sul palco è un’altra cosa. Lì sopra il lavoro è una parola vuota e ciò deve valere automaticamente per tutta l’orchestra. “Il tempo sopra le assi del palco è arte, l’orologio resta in camerino nella tasca del soprabito”.
Per la precisione un orologio, l’unico degno di fede, continua a restare sul palco o poco discosto, è quello dell’assistente, lui annota tutti gli orari e il suo compito è indiscutibile.
Nemmeno il cantautore fa una piega se l’assistente fa notare che l’orario delle prove è terminato, per lui in quei frangenti il tempo è un parametro col quale entrare in contatto tramite un medium, che provvederà a farsi vivo al momento concordato, prima di allora il musicista fluttua oltre il confine del tempo e può definirsi “indubbiamente vivente”, definizione che assume senso quando si confronta la sua presenza di spirito ai tasti del piano con l’umore che generalmente lo pervade in tutte le altre situazioni. Al ristorante, nella hall dell’albergo, ovunque fuori dal palco un giornalista possa avvicinarlo, Demetrio risulta una persona assolutamente piatta, assente, intento esclusivamente a regolare contabilità di ogni genere , confrontando grafici e diagrammi di flusso con l’ assistente, scartabellado le pagine ad anelli dei suoi segretissimi registri rossi della Pigna sui quali da decenni annota ogni cosa, facendo correre la punta di mille mozziconi di matita. Segna tutto a grafite, dell’inchiostro non vuol saperne, dice che “con l’inchiostro è stato segnato il destino di fin troppi geni dell’arte, non si vorrà che ne resti vittima anche un povero artigiano delle note”.
Di fatto quei registri rossi sono parte integrante della figura del nostro quanto e più della sua fronte solcata di rughe o del papillon messo un po’ di sbieco.
Il soi unici confidenti sono probabilmente quei registri, oltre chiaramente all’assistente tuttofare e a questa signora che mi sedeva accanto, anch’essa onnipresente, la più puntuale dello staff. L’artista la chiama solamente miss Luna, la sua musa. Ha un ruolo fondamentale nello svolgimento delle prove e in concerto non si fa mai vedere se non di sguincio, dietro una quinta. E’ la presenza occulta del concerto, salvo uscire per affiancare i musicisti durante i ringraziamenti con lo scroscio finale degli applausi. Fu con lei e non con l’artista che potei parlare durante quei giorni. Miss luna era il portavoce, mi descrisse il Demetrio-pensiero, filtrò dettagli e segreti che mai avrebbero potuto arrivarmi direttamente dalla voce beffarda di lui. Voce dalla quale non crederesti mai di udire verità, tanto le sue brevi esternazioni somigliano immancabilmente a variazioni sul tema dei suoi pezzi.
Se non scrive sul registro rosso, Demetrio sta sul palco, quando non è intento a suonare né a curare i suoi amati carteggi, l’artista è chiuso in qualche camera d’albergo in segretissimo connubio con la musa, se non è nemmeno lì allora forse lo ha rapito una marea esistenzialista quindi non si può sapere cosa stia facendo o dove sia punto.
Quel giorno con noi fermi a bordo strada e lui seduto su quella panchina in ferro battuto a Bagnoli era un contesto raro, da fermare nel tempo e sulla carta, e io, che di questo ho fatto una professione, peccai probabilmente d’ingratitudine.
- A cosa pensa quando è così? - chiedevo a miss Luna. Sapevo di porre una domanda troppo diretta, non tanto per il contenuto, ma per il referente, parlare con miss Luna è come parlare direttamente con Demetrio. In qualche modo è anche più impegnativo, perché l’artista non risponderebbe mai ad una domanda del genere, mentre Luna ha il suo tacito consenso ad intercedere e “compromettersi” nell’arduo menage delle relazioni pubbliche.
- La sua preoccupazione in questo momento è di non riuscire a scrivere il prossimo brano…
- Teme qualcosa?
- Le sto dicendo…la soddisfazione più grande nella vita di Demetrio è l’applauso al termine di ogni brano. Demetrio insegue una visione e questa si concretizza ogni volta che un suo brano muove gli animi di una platea. Ha capito nell’intimo la grandezza della capacità di regalare un’emozione, ne è ossessionato perché ha compreso che questo è uno dei massimi poteri concessi all’uomo: sollevare gli spiriti dei propri simili.
Lessi a proposito: “…ma è un bene effimero, melassa buttata per pochi minuti sulla folla pagante, terminato l’ultimo battito di mani, la gente non ricorderà più quanto stesse bene alcuni istanti prima…”
- …ecco, appunto, un’altra causa del suo malessere…
- …tutto preso dai demoni del consenso… lo facevo decisamente più distante da queste paturnie… uno che concede interviste come fossero udienze papali… col portavoce…con tutto il rispetto per lei signora, ma…
Non avessi mai adoperato quei toni… miss Luna si trasformò in Miss Gelo:
- la prego cortesemente di non scherzare. E’ un grande privilegio il suo… qui… ora.
- …desolato, signora. Davvero, chiedo scusa…
Mi sentivo sufficientemente a disagio, la mia proverbiale faccia di legno stagionata così a lungo in anni passati a frugare nei cassetti delle mie prede aveva evidentemente ancora dei punti molli. Miss Luna, una sparring partner così devota… non mi restava che attendere che riprendesse spontaneamente la parola, ma ora era intenta a guardare verso il mare tesa a capire quanto sarebbe durato il travaglio del suo compagno.
Certo, magari avevo passato il segno, ma quella era gente che non faceva il minimo sforzo per renderti la vita facile, per smussare le formalità. E in fondo chi era Demetrio?
un uomo che aveva da tempo perso di vista i confini del suo ego…
uno per cui una semplice intervista necessita filtraggi cui forse nemmeno Minà dovette far fronte, quella volta del report su Castro…
uno che con mezzi misteriosi, forse con l’ipnosi, ha fatto di una bellissima signora di cinquant’anni, agghindata sovente come una tigre del ribaltabile, la sua incorruttibile perpetua, incessantemente rapita dall’estasi per qualunque verso poetico o puramente onomatopeico del nostro grande compositore…
uno infine, via, che ha fatto di necessità virtù, encomiabile per la pertinacia, ci mancherebbe… ma con quella voce…
va bene.
Lo scrutavo contrariato: l’artista proseguiva il suo delirio rivolto ai flutti, adesso era adirato, si strappò in un gesto di stizza il papillon e lo scagliò verso il bagnasciuga.
Mi produssi in un sorriso amaro, speravo che miss Luna si girasse e capisse che anche se uno è Demetrio non può pretendere così tanta devozione da quelli come me, che si guadagnano il pane col sudore e che hanno il buon senso di risparmiare questi capricci da adolescente alla gente che li circonda, e forse tanta devozione Demetrio non la merita nemmeno da lei cara Miss Luna, avrei voluto dirle… qui si sta parlando di mancanza di rispetto. Oltre che di buon senso.
Macchè, quella non avrebbe mai colto il mio sorriso, avreste dovuto vederla, col fiato sospeso, indecisa se aprire la portiera dell’auto e correre verso il suo amore per abbracciarlo, per impedirgli di fare una qualsiasi sciocchezza. Una così bella donna, avesse avuto una devozione simile per me, che motivi avrei trovato per incazzarmi con le onde? Ma la distribuzione dei talenti agli uomini è affidata ad un arbitraggio di regime… io non avrei mai potuto far alzare le folle in platea, così come imbastire una diatriba con l’acqua salmastra, mentre donne mozzafiato fanno gli scongiuri per me, ansimando dietro il lunotto fumè di una berlina.
Ma che mi saltava in mente? Che mi fregava a me di fare raffronti tra la mia situazione a quella del famoso cantautore partenopeo? Che c’azzeccava? Mi stavo lasciando prendere in una qualche malia napoletana, un altro po’ e avrei desiderato di piangere rivolto al Vesuvio.
Ripresi a leggere ad alta voce un passaggio di “Biografia di un’estate”, aprii a caso, volevo semplicemente interrompere quello spettacolino irritante, oltrechè riprendere il mio lavoro, unico punto fermo a mio avviso in quel deragliamento di sensazioni nel quale quella gente mi risucchiava:
“Ciò che non sopporto sopra ogni cosa è il populismo. Il populismo subdolo, quello più becero, che si infila nelle case delle massaie attraverso le rubriche cosiddette scientifiche, quando vuole convincerle che la loro cucina è paragonabile ad una pratica quotidiana con le leggi della chimica, di qui lo sbrigativo sillogismo per cui una casalinga non ha ragione di provare complessi d’inferiorità nei confronti dei grandi cervelli della ricerca, concetto decisamente discutibile, fatta eccezione forse per come cucina miss Luna.
Sul lungo termine di tempo ragionamenti simili potrebbero generare la convinzione che Beethoven e un clacson si spartiscono il regno della musica dato che entrambi producono suoni ed è da questa degenerazione del pensiero che io vi metto in guardia, care signore.”
- Be’ questo pensiero mi è piaciuto!
sottolineai per riconquistarmi le grazie della signora
- …questo è solo una piccola scintilla da cui si evince la grandezza dello spirito di Demetrio…
- … sì sì e poi c’è quell’ironia di fondo… peccato non sia altrettanto prodigo di motti di spirito quando i giornalisti pendono dalle sue labbra…
- … ah ma allora lei ne fa un fatto personale…
- no signora, mi creda e mi spiace di aver esagerato prima… ma ecco… ehy, Demetrio si è alzato…
miss Luna era già fuori dall’auto, la vidi correre verso il suo uomo che aveva preso a scendere improvvisamente una scalinata che portava giù alla spiaggia.
Uscii anch’io, chissà quale altro capriccio o sceneggiata, mi preparavano quelle due figure da operetta. L’assistente mi pregò di restare presso l’auto, io non gli prestai la minima attenzione, poteva anche essere l’uomo-tassametro dei concerti dell’artista, ma su di me quel tizio non poteva avanzare nessuna pretesa. Eppure si provò a trattenermi per un braccio, gli intimai di lasciare la mia bellissima camicia, molto inamidata, molto debole sulle cuciture… riiip! allo scimmione non ci volle nulla per strapparmi una manica…
- sei scemo? hai presente che questa camicia l’ho pagata più di quanto prenderò per ‘sta cazzo d’intervista?
- mi spiace per lei, non è permesso che si intrometta anche nei discorsi tra Demetrio e miss Luna… venga… qui…
mi divincolai e sgattaiolai come neanche ai tempi del rugby, la manica la lasciai all’uomo scimmia, io ero già due scalinate più in giù, improvvisamente assordato dal frastuono del maroso.
Guardai in su, l’orango ci provava a scendere, ma evidentemente aveva qualche problema con le scarpe nuove su quei piedi insospettabilmente piccoli per la sua stazza. Lo vidi inciampare in modo serio, poi tornai a scrutare la battigia, cercando quei due. Onde enormi, non sembrava il golfo di Napoli. Nel rumore del mare però qualcosa era fuori posto. Cercai di capire, c’era un sottofondo musicale, una nenia, qualcosa con le fisarmoniche… molto più in là. Mi spostai lungo i faraglioni, e la musica si faceva più definita… sembrava… era! cento metri a destra delle scalinate, in un’insenatura del porto, pochi metri sopra le onde, avevano installato una vecchia giostra coi cavalli. Stava girando anche se apparentemente nessuno montava i vecchi cavallini di legno.
- Vulite fare nu giro, guaglio’, ite, accà tenite la vera giostra de Napule…
L’uomo della giostra vestiva elegante e inizialmente, di spalle, m’era parso fosse lo stesso Demetrio.
- Allora…c’ashpettate? In coppa aa giostra ci sta nientemeno che il grande maestro che suona solo per voi… e per questa splendida creatura…
e l’uomo si chinò con gesto teatrale per indicare miss Luna che appariva dalla giostra seduta su di una piccola carrozza con la vernice scrostata, non l’avevo individuata prima distratto da quel carosello di luci. Miss Luna sorrideva come non l’avevo ancora vista fare. Sembrava una ragazzina, così improvvisamente libera di tutta l’affettazione che portava in giro assieme al trucco.
- venite su montate anche voi, Demetrio suonerà per tutti e due!
mi urlava eccitata sporgendosi in tutta la sua grazia, mi venne in mente una definizione letta da qualche parte “nel volto tutti i segni del tempo, ma il fisico di un’adolescente”
- suona? e dov’è’?
- ma non l’avete visto? è lì!
- lì dove?
- lì che sta...
la giostra allontanava da me miss Luna e quello che mi diceva si perdeva nell’armonia ipnotica delle fisarmoniche e del…pianoforte! ecco l’artista, dietro al cavallo nero e a quello rosso c’era un piccolo pianoforte a coda e dietro ad esso c'era Demetrio, nuovamente padrone del carisma che lo fa muovere sui palcoscenici di tutto il mondo.
Era lì, perfettamente a suo agio, nonostante quel palcoscenico rotante, le luci intermittenti e la puzza di cherosene, il nostro seguiva sui tasti la melodia semplice del carosello e sembrava che niente gli importasse più di quello.
Presi al volo un cavallo accanto allo sgabello di Demetrio, lui chiaramente non mi vide, assorto in quelle dieci note, sempre le stesse. Mi voltai e qualche cavallo più in là vidi la carrozza di miss Luna che continuava a bearsi come una bambina con lo zucchero filato.
A tratti vedevo passare l’uomo della giostra, si lisciava il baffo e squadrava solo me, lasciando intendere che qualcuno avrebbe ben dovuto pagarlo quel divertimento, non fosse mai che toccasse proprio all’artista, stella internazionale, orgoglio di Napoli.