Sunday, June 14, 2009

Un paese col jingle.


Tanto, tanto, tanto tempo fa, nel 1994 d.C., in una piccola nazione a forma di gamba di calciatore, ricordo un disagio: persi per sempre la possibilità di proseguire un'amicizia nel momento in cui parodiai una volta di troppo quella canzoncina dove si diceva che in quel partito nascente "siamo tan-tis-si-miii". E all'epoca evidentemente non mi era ancora abbastanza chiaro quanti realmente fossero. Il mio amico non prese bene lo scherzo, tutt'altro che divertito dallo sfottò, ne fece un affronto personale.
"La devi smettere! quello che dice la canzone è qualcosa in cui credere davvero e lui è uno che cambierà finalmente il corso delle cose in questo paese!!".
Ricordo, ancor prima del dispiacere di constatare che con quel ragazzo non avrei avuto più modo di condividere momenti di leggerezza e battute di spirito, l'imbarazzo di vedere che una persona assidua all'ironia trovasse in quel jingle qualcosa di ieratico.
Nel 2001 d.C., durante il banchetto di chiusura di un festival televisivo, ad un astante francese che mi chiedeva lumi, mi impegnai a descrivere nei dettagli quale fosse il progetto politico della forza di governo neo eletta. Conclusasi la mia interpretazione orwelliana, notai che dall'altra parte della tavolata alcuni signori e signore in completo grigio sentivano di dovermi riprendere. Pensavo volessero biasimarmi per il mio inglese paleoscolastico, invece asserirono che avevano capito tutto ciò che avevo fino a quel momento esposto. Per rimproverarmi non bacchettarono la mia malafede, bastò loro alzarsi, esibire la cravatta azzurra ed informarmi che erano funzionari del partito che aveva appena vinto le elezioni.
Ricordo la vibrazione bovina nello sguardo del funzionario che aveva preso la parola quando ribattei che era sì quel loro partito ad aver vinto, ma che mi risultava di poter ancora godere della libertà d'espressione.
E di fatto la libertà continuò ad essere professata, tanto che piacque anche a quel partito che la inserì addirittura nel suo nuovo nome.
Ora c'è talmente tanta libertà in quel paese (dove non vivo più) che ci si può perfino vestire con camicie e stemmi di memoria antica e legalmente organizzare ronde per la città.
Come si chiama quel paese? Magic Italy.

Monday, January 19, 2009

Domani.


Con oggi termina il mandato di Bush, presidente USA e relativo staff di governo che per 8 anni hanno tenuto fede ad una precisa cifra stilistica: muoversi nel mondo con la stessa grazia di un bisonte in una cristalleria.
Forse ha ragione chi dice non si debba fare una colpa della condotta del bisonte, di fatto è comprensibile che il proprietario della cristalleria sia piuttosto incazzato.
Domani si cambia registro, via, dopo tutto nessuno già ricorda più cosa si deve dimenticare.

Monday, December 08, 2008

Feliz Navidad!

Friday, December 21, 2007

flo&nik augurano

Tuesday, July 10, 2007

L'uomo non invecchia



Dargli ragione era d'obbligo.
Penso che la prima molla fosse la necessità di evitare la spiacevolezza di vederlo contrariato. Era una questione di direzione di sguardi. Era sgradevole vedere le sue occhiate oblique. Enorme nella mole, imperioso nei gesti, quello era il mio amico medico.
Mi sedetti al tavolo con lui.
Ordinò da bere una china in bicchiere grande e una caraffa di punch.
- Una caraffa, Lapo?
- Certo, é tutta sete!
Lo guardai, non era cambiato. Era sempre uguale a se stesso, probabilmente da qualche parte, un quadro invecchiava al posto suo.
La sua prima sentenza fu rivolta all'ex-fidanzata. Era uscito da poco da una storia nella quale diceva di sentirsi padre di una ragazza che non avrebbe mai potuto immaginare moglie.
- Vuoi sapere se la ragazza é quella giusta? Immaginala con un vostro eventuale figlio tra le braccia, se ne esce un'immagine sconcertante, allora quella non é la tua donna.
Nel dire questo continuava a girare lo sguardo. Intanto la vera ragione per cui avevo voluto sedermi al suo tavolo continuava a scivolare in prospettiva, come se ascoltare le sue strane teorie sulla coppia costituisse il prezzo per certe informazioni.
Lo sapevo da lungo tempo uso a quella roba. Ultimamente aveva affinato la tecnica.

Ci fu una pausa, poi riprese il ragionamento con nuova energia e un lampo di follia nell’occhio destro, mentre il sinistro pareva vuoto:
- A proposito della mia ultima ex posso affermare che ho dovuto farle da padre. Divenendo padre anche di un suo eventuale figlio mi sarebbe parso di trovarmi in una sorta d'intreccio incestuoso, capisci, uno spiacevole gioco di scatole cinesi.
Con ringhio di cane scoperse tutti gli splendidi denti bianchi: -...padre della madre, precoce nonno del figlio...
Quindi quel che temevo, alzò incredibilmente il tono della voce da baritono: - ...un incesto cazzo o comunque qualcosa di snaturatooo!!!
Nel locale si udì un tramestio di tazzine, il barista si sporse dal bancone, tutta la clientela era girata verso il nostro tavolo, ma fu un attimo, poi Lapo si ricompose:
- Ricorrenti erano gli incubi in cui la mia rappresentazione metaforica del rischio al quale facevo quotidianamente fronte era una gigantesca bambola matrioshka, nella quale ero rinchiuso, avvolto tra bende ingiallite, vittima del lavoro solerte di un tassidermista o peggio trafitto da possenti aculei, come in una vergine di Norimberga.
Poi attaccò le sue ex tutte in blocco. L'invettiva assunse i toni dello scherno. Ipotizzò di mandare un’ e-mail cumulativa che avrebbe dovuto suonare così:

"Care tutte le mie ex, come va?
State invecchiando? é naturale.
Prendete atto: invecchiare e' il destino della donna.

L'uomo non invecchia;
incanutisce, il che é diverso.
L’uomo non perde prestigio.
Anzi.
E in genere s'arrichisce pure.

La donna invece invecchia.
Invecchia e basta.
Di più: la donna invecchia e spende, perché ogni nuovo capello bianco chiama un attacco al conto in banca per rimediare in istituti di bellezza.

Felice senilità,
Vostro devotissimo Ex"

- Che te ne pare? ce l’ho in testa da ieri, appena arrivo in ufficio la scrivo e la spedisco. Credo di aver ancora tutti gli indirizzi.
Finì la sua china. Quindi, senza lasciarmi la parola un istante, bicchiere dopo bicchiere, esaurì anche il contenuto della caraffa. Si alzò con gli occhi lucidi, sembrava sarebbe esploso di lì a poco, aggiustò il nodo alla cravatta e si diresse al bancone. Per quel giorno non avrei potuto fare la mia richiesta.
Pagò al barista una cifra inverosimile. Il barista ricacciò nel portafogli del nostro il mazzo di banconote gialle, facendogli notare che si trattava di un ammonto che egli non avrebbe guadagnato in un mese a locale pieno, cos’era una mazzetta, e, se sì, per cosa? Lapo non voleva saperne, rimise sul tavolo il gruzzolo aggiungendovi qualche altra banconota variopinta: - Oggi é S. Emidio Vescovo, zitto e incassa...
Il barista cominciava a spazientirsi, io cercai di dissuadere il mio amico, ma non c’era più niente che potesse farlo desistere, svuotò letteralmente il portafogli nella cassa, raccattando dopo le carte di credito e i documenti fuoriusciti. Poi mi strattonò per la giacca e fummo in strada, il barista ci inseguì per un pezzo, imprecando. Penso gli avesse lasciato suppergiù una cifra equivalente a tre mensilità di un impiegato medio.
- L’uomo non perde mai prestigio, Dan, ricorda! e in genere s'arrichisce pure.
Poi ebbe un mancamento, inciampò su una radice e cadde di peso sul pavé, fu come assistere al crollo del colosso di Rodi.

01/11/04

Friday, June 15, 2007

Vernissage


Quei due erano l’emblema stesso dell’amore. Giovani e belli. Poi uno prese l’occasione di lavorare lontano, in un paese equatoriale e di colpo furono d’accordo di andare là in fondo assieme. Li vidi partire con tre valigie. Ho cenato con loro la sera prima del decollo. Non smettevano un istante di scambiarsi sguardi da cerbiatto. Quello era l’Amore.
Ringraziai dio o un suo eventuale sostituto per aver avuto modo di vedere l’aspetto di Cupido, che ne sapevo io del resto di Cupido.
Io che quando raggiunsi un feeeling eccezionale con la mia nuova compagna ottenni anche l’inizio del conflitto. Un errore Luna l’ha commesso, quando ha ritenuto motivo di fascino la mia imprevedibilità.
Conscio di questo accentuai ancora, se possibile, questa caratteristica ed eccedetti quella volta che mi presi la briga di portare a termine un quadro incompiuto di lei. Avevo in minima dose la sensibilità per capire quanto ciò fosse offensivo per un artista..
Un giorno incontrai il critico d’arte più affermato dell’ambiente frequentato da Luna. In preda ad alcuni sospetti e stretto nella morsa emotiva nella quale lei mi teneva allora, non tollerai una critica che quel tale aveva mosso circa un esperimento pittorico che la mia illustre compagna mi aveva permesso di esporre nell’ambito della sua personale.
- Giù le zampe dalla mia opera!
gli intimai, mentre mi indicava un particolare.
Il tizio si girò verso di me in tutta la sua imponente figura, indirizzandomi lo sguardo più sconcertato che gli riuscì di impostare.
- Hai capito bene, non ho chiesto che sia tu a dover esprimere un giudizio su quello che dipingo.
- ...
- Anche perché tu sei un critico d’arte e vai bene per gli artisti...ma io...
e mi ravviai una ciocca di capelli
- ...be’ io... io sono un’altra cosa.
E volli andare oltre:
- Ora, visto il silenzio che si é creato in questa festa del cazzo, sarete tutti lì a pensare “uh-oh, il compagno della pittrice é parecchio sbronzo o peggio...”. No cari miei, non funziona così..no-no-no.
Il gelo.
- Ripeto: no. Così non va, no-no; Il “compagno della pittrice” non é per niente... s-b-ron-zo! ok? anzi lasciate che...
ammutolii, come se avessi visto un fantasma, poi mi feci rosso e mi fiondai addosso ad un astante: - ehy tu!!! giù le manacce dalla mia fidanzata!!!
Il tizio, scelto a caso tra gli ammiratori di Luna, parve conscio di un qualche scherzo in atto, impostò un’espressione alla Bogart (ottima mimica tra l’altro, mi venne in mente che potessi aver colto nel mucchio un attore), la faccia più old Hollywood che gli riuscisse, poi una strizzata d’occhio: - Mi hai forse visto dare nioia alla... tua signora? mh?
stavo per spruzzargli in faccia l’ultimo sorso di Havana, deglutii, tenni il gioco:- Io sostengo di sì. Ora che mi dici?
mascella tesa alla Jack Palance:- che bisognerebbe forse chiederlo a lei se é vero o no...
e scrutò confusamente divertito gli altri che si godevano la sceneggiata
- Certo! se però questo fosse necessario! forza ora, di la tua!
sguardo in tralice, tic alla Humphrey (labbro e sigaretta):- Beh io dico...
attorno la gente sembrava cominciare a divertirsi molto, il tizio prendeva confidenza con la situazione
-...io dico...signori, io dico che é necessario! (ora new Hollywood, diciamo deniriano in “The untouchables”)
Quindi prevedibilmente intervenne lei:
- Dan, vogliamo chiudere questa pagliacciata?
- Un momento cara, credo che il mio amico qui abbia qualcosa da chiederti...
Ora il pezzo da maestro dell’amico: - Io credo piuttosto che sia lei a volerti chiedere qualcosa, non é vero Luny?
risate, risatissime!
- ma dico siete impazziti tutti quanti stasera?
A quel punto cambio gioco, nuova improvvisazione:- No, no, un momento cara, chiariamo qui e ora che io sono perfettamente lucido ed ho perfettamente ragione di chiedere al nostro amico in merito a cosa dovrei informarmi circa tu e lui...dunque?
qualcosa nel mio tono aveva infuso l’impressione che non stessi più affatto scherzando, le risa scemarono, l’amico ne risentì notevolmente, gli si spense lo sguardo, Stanislavski lo abbandonò:
- eheh...devo rispondere io?
- dovrei rispondere io?
- ehehm...
non rideva più nessuno.
Dentro non ridevo più nemmeno io, non a quel punto.
Tutto s’era di colpo raffreddato, il critico che poco fa avevo minacciato ora sembrava intenzionato a chiudere il conto: - Signori non credo sia né il posto, né il luogo, cioé intendo...guardi Signor Dweyer...signora Luna lei non crede...
- Certo... Dan...ti prego...finiamo qui questa cosa...
ora però non aveva più la forza di guardarmi in faccia - Ti prego Dan...
Avevo bevuto abbastanza per decidere che la logica fosse un insulto all’intelligenza e che la conoscenza procedesse per improvvisazione.
- No, un momento...c’é una questione in piedi...
- Daniele...ti prego...
- No aspetta, solo perché un panzone vestito come nell’ottocento che dice di saperne di quadri si permette di interrompere una questione tra me e te e quest’altro...
- Lasciamo stare Dan... ora calmati...vuoi?...
Mossi un passo verso Luna, sembrava procedessi con le stampelle.
L’enorme critico ritenne di farsi barriera per la mia compagna
- Luna... Luna dì a Shriek qui che desidero parlare serenamente con te!
- Signor Dweyer lei non é abbastanza sereno stasera...
quindi partì il primo cazzotto, dritto alla mascella del gigante, qualcosa volò in mezzo alle tartine.
Mi venne addosso un muro di giacche, io scalciavo, ma persi velocemente il controllo degli arti, mi sparì di sotto il pavimento, smarrii ogni formulazione mentale in corso, tutto attorno a me un tramestìo di completi eleganti, parevo stipato nel guardaroba di un teatro, blazer, gessati, intravidi perfino un frac, afrore di naftalina, scotch, sudore, infine un brusco cambio di prospettiva e l’impatto dirompente del marmo freddo sulla tempia. Prima di chiudere gli occhi distinsi chiaramente Luna in ginocchio, guardava me, ma sembrava valutasse il danno causato ad una porcellana. Poi sembrò volermi carezzare, quasi mi ricredetti sul suo conto, ma indice e pollice, minuti ed unghiuti, si allontanarono dal mio zigomo stringendo un frammento dorato. L’ultimo pensiero andò ad un debito con la banca e al mio dentista.

30/10/04

Thursday, November 17, 2005

Nighthawk Trap



Eccoci là al tavolo di un locale semibuio, sotto la cinta muraria di una cittadella sorprendentemente gaudente, tanto carina da sembrare finta, così ricca da risultare scema, talmente sbronza da scordare i debiti.
Che giorno è? è festa.
- E’ una festività che non ci appartiene.
- Non è esatto, la festività ci appartiene eccome,solo l’abbiamo trasformata in un’americanata.
- E’ quel che ho detto.
Uno era scaltro per professione, l’altro per natura. Il primo aveva imparato la dialettica sui libri di diritto, l’altro ripassando quotidianamente i ragguagli sui cursus honoris dei paesani al bar. Ma con la stessa velocità ed efficienza ormai sapeva archiviare dati riguardanti cronaca, mondanità e tecnologie attinti dalla world wide web. L’Uomo di Banca era una macchina di nozionismo, Know-How-Matic, l’imbattibile, e quella sera doveva dare una dimostrazione all’Uomo di Legge, detto Dottor Udienza.
Fuori, per le vie della cittadella tutto proseguiva scemo e allegro.
Qualche esempio? bah...
casì più o meno umani, come quel tizio al secondo piano di uno dei pochi palazzi non restaurati della cittadella della Gioia, trincerato dietro al balcone di una camera con vista circonvallazione, un esaltato che si agita con movenze del peggior Mick Jagger colto da astinenza…dalla frequenza degli scossoni di bacino e le smorfie pazzesche sul volto secco da zingaro direi che questo qui ha in cuffia “Brown sugar” e alla meno peggio si crede capace di inventare da lì a domani qualcosa di geniale che possa spazzare via i fantasmi dei trenta e dargli motivazioni valide anche per i quaranta e oltre.
Altri esempi? No basta, fidatevi sulla parola.

Quattro amici, ma il dialogo era a due, io e Garou ci trasformammo in breve in audience passiva. Chiaro che non si doveva interferire con quel duello, sfida antica portata al banco quella sera dopo lunghissime sessioni di allenamento in casa, notti passate a dormire con la toga per Udienza e sere consumate su registrazioni mute di “chi vuol essere miliardario” per Know-How-Matic.
La serata prese avvio con una prima portata di birre, il locale offriva spina al gusto tubo. La cameriera, una piccoletta bionda con due seni enormi, passava i boccali allugando le piccole braccia robuste da una balaustra posta attorno ai tavoli. Una balconata per poter servire i clienti tenendoli a distanza, dettaglio insolito, ma in una notte di folklore anglosassone poteva starci, non meno delle finte ragnatele alle pareti e delle plafoniere luminose a forma di teschio.

KHM era tutto preso da argomenti che andavano molto aldilà delle digressioni sulla genesi di Hallowen. Aveva una scaletta. Era determinatissimo: Udienza avrebbe dovuto soggiacere allo stesso passivo mutismo del resto della platea perchè quella sera gli argomenti li avrebbe scelti e sviluppati solo lui.
Lo potevi vedere chiaramente, KHM era quella sera instrumentum di qualche furore sacro, un'ira divina che lo faceva essere implacabile, profondo, puntuale.
Ma d'altro canto Dottor Udienza è uno che mangia pane e giornali, non è facile trovarlo impreparato, specie quando entra in gioco con l'ars oratoria che lo ha reso principe del foro.
Io? io non nego che quella sera avrei voluto essere molto lontano da quel dispiego di forze tra i due super-eroi. Ma tant'è, ero lì, era una sera di festa e dovevo festeggiare.
- E' una festività inglese, anzi prima che inglese è irlandese.
- Ecco quindi è una tradizione che non ci appartiene.
-Perchè forse Ognissanti ci appartiene? quante festività sono state mutuate da festività preesistenti, intendo dire il cristianesimo si è inserito con celebrazioni sostitutive rispetto a quelle pagane.
- Sì...
- Dimmi che preferiresti rinunciare a festeggiamenti che non toccano la tua sensibilità quando sai perfettamente che la stessa manfrina bella di Babbo Natale, che tanto ti fece sognare da piccolo, aspettando oggetti frivoli, piste per le macchinine, scatole di soldatini (ed erano i sogni migliori quelli, che non torneranno più) è una favola d’altri luoghi, laddove Babbo si chiama Santa. Ora dimmi che c’azzecca Babbo Natale col Presepe? a casa tua ce l'avevano il presepe no? E però i regali te li portava Babbo Santa Claus Natale, che non ce l’ha mica la sua statuina nel presepe. Nossignore, Babbo Natale non figura nel presepe, Babbo Natale non c’entra con la Natività. E allora non era un tantino incoerente che Babbo Natale ti portasse i doni?
- Non... hai esposto un problema in termini equivoci, vedi non…
- Lasciamo stare, cambiamo argomento: la crisi economica argentina. O preferisci che parliamo della parabola triestina, da sbocco sul mare della Mittel-Europa a vittima illustre della rinuncia all'alta velocità?... massì dai parliamo della TAV.
- No guarda, meglio la crisi economica argentina…
- Benissimo: la crisi economica argentina. Oh…
Cercai di fermarlo: - senti lasciamola stare la crisi economica argentina, le hai viste le papere lì fuori, vicino al fiume?…
- Aspetta Old Boy, non frega a nessuno delle papere ora…
Eppure io preferivo le papere, starnazzavano come matte, sembrava ridessero di noi, alcune facevano capolino sul parapetto dal quale la cameriera porgeva le birre, magari erano papere ammaestrate. Vidi una papera beccare una trama di ragnatele pendula dalla giacca di KHM, lui manco se ne accorse.
- Lasciale lì le papere, Old Boy, e presta attenzione qua che impari cose nuove… la crisi argentina, caro il mio Udienza, te ne sei mai fatto una ragione?…
KHM cominciava a bearsi della scarsa reattività di Udienza, della sua passività in platea si giovava e non gli importava nient’altro. Ma non capiva che quella remissività era noia, torpore.
Dalla balconata passò la cameriera, si sporse con un vassoio carico di stuzzichini, dietro al vassoio, trattenuto da sottili filamenti di gioielli, sembrava dovesse uscire tutto quello che il corpetto a malapena sosteneva. Appoggiò il vassoio e ci sorrise scoprendo una lunga fila di denti bianchissimi. Era un invito, ma ne fui quasi spaventato, per tutta risposta il sorriso divenne più ampio, lasciando baluginare un diamante incastonato su un premolare. Risposi alzando il bicchiere.
Di fronte a me Garou lanciò un’occhiata ferina
– Un diamante è per sempre - mugugnò, e quella aveva diamanti dappertutto, dietro la nuca, al termine di infinite treccine, sulle cartilagini delle orecchie, col piercing, sparsi su di un ampio e complesso collièr strutturato a raggiera sopra il decolté, a mo’ di rete di contenimento, e persino sui rinforzi del corpetto, tra le cuciture. Brillava tutta, lungo linee circolari; una ruota panoramica.
Intanto le papere starnazzavano ai piedi della padrona, allungavano il collo tra le colonnine di legno della balaustrata e beccavano altre ragnatele dipanatesi da una minacciosa matassa posta sopra la poltroncina di Know-How-Matic. Pensai si trattasse di zucchero filato. Non male come locale, a mezzo tra favole di varia natura, giusto per una festa d’importazione.
La cameriera mi sorrise un’ultima volta poi continuando a fissarmi si girò con fare teatrale, distogliendo lo sguardo solo un’attimo prima di girare l’angolo della cucina. Alzai nuovamente il bicchiere di birra verso Garou, sembrò incupito, ciglia stranamente più fitte del solito gli conferivano un che di silvestre.
Nel frattempo m’era sfuggito l’inizio del pezzo sulla crisi argentina.
- Credi che il sud america non ce le abbia le risorse per rifarsi sugli Stati Uniti? Un paese, che dico, un continente come il sud america? potenzialmente è un paese ricchissimo.
- In Sudamerica… perché? - chiese Udienza, ma citava la frase di un film, era lontanissimo dal prestare attenzione alle nozioni di KHM, solo con gli occhi seguiva meccanicamente il lento svolgersi della matassa di ragnatele al di sopra del’oratore.
- l’Argentina verso la fine degli anni novanta andava forte sull’agricoltura intensiva, tanto da mettere in crisi i primati d’esportazione delle farm statunitensi, e stiamo parlando di vendita di frumento americano, mica del radicchio di Chioggia…
l’etica commerciale degli States contempla la vendetta, ma non è neanche quello vedete… è che lo stile yankee in genere prevede che alla base di un successo di qualunque tipo debba sussistere l’annullamento del margine di rischio. Laddove ciò lo richieda questo può coincidere con l’annullamento dell’avversario. L’Argentina costituiva all’epoca il motivo principale del ribasso di esportazioni di prodotto agricolo statunitense, gli Usa decisero di affondare l’economia argentina, come? chiedendo subito e senza revoche la soluzione del debito argentino. Fuori i soldi che ci dovete, tutti, subito! perfettamente lecito.
Risultato: Argentina a picco. E con essa a picco anche tutte le finanziarie legate al loro mercato.
I bond argentini… cosa doveva fare a quel punto chi deteneva bond argentini? “Si fotthano” avrebbe detto Rambo nel doppiaggio di Amendola. E così hanno pensato senza dubbio i rambo dell’economia yankee. Si “fotthano!”, detto con lo sputacchio…
- Si ma che ci frega a noi della crisi argentina?
- Bravo Old Boy, braaavo… a te sicuramente non frega nulla della crisi argentina, te che vivi nel tuo mondo fatato, che se ti dico bond argentino magari pensi a un Sean Connery che galoppa nelle pampas…
- Sì, una roba del genere me l’ero figurata…
- Braaavo… pensa alle papere tu…
Era più caustico del solito, e non era la mia scarsa devozione, per quella c’aveva fatto il callo, non era nemmeno il lembo di ragnatela appiccicato alla manica destra che a tratti, inutilmente, provava a scacciare ottenendo solo di avvinghiarsi di più, ciò che deprimeva il nostro era la scarsa attenzione di Udienza, l’eterno rivale. Udienza non fingeva nemmeno più di ascoltarlo, aveva estratto una stilografica dalla tasca interna del cappotto e si era buttato a capofitto sulle parole crociate stampate sulle tovagliette di carta del locale.
- non sono le papere vedi…- provai a distrarlo dal suo cruccio -… è che tu parli… parli… e citi… riporti cose dette da Gerry Scotti… da Bonolis… da Greggio… quando sei depresso citi perfino Amadeus… ma non ti basterà mai capisci, perché nel frattempo ti perdi le occasioni per dire la tua, il tuo parere sulle papere, sulle piccole cose che vanno apprezzate, vivi a metà, a un terzo, a ben vedere vivi a quattro terzi…
- a che numero di pinta sei Old Boy?
- quattro terzi televisivi, il rapporto d’immagine della televisione…un lato sta all’altro come 4 sta a 3… stai perennemente tra un 4 e un 3, KHM, e tu sei la barretta della frazione.
- stai tra la quarta e la terza birra, Old Boy, e stai già straparlando…
cominciavo a distrarlo dal suo obiettivo, forse Udienza non lo interessava quasi più ora, vuoi che l’avessi punto sul vivo, vuoi perché quei brandelli di ragnatela si facevano sempre più fastidiosi, prese ad agitare le braccia come un burattino.
A questo punto era perfino visivamente divertente e ritenni opportuno rincarare la dose:
- Hai di che ringraziare un governo che regala il digitale terrestre, chicco, e che ti moltiplica quiz… reality… calcio! Vedi che pacchia… ringrazia KHM, ringrazia perché lo stato non ti risparmia ragioni per vivere…
- senti chicco…
- che fai non lo ringrazi? non ti senti pronto a rivotarlo?
- bravo stellina, mettila sulla politica, stella d’oro, tocca un campo dove ne sai meno di mia nonna…
- Non tirare in ballo la nonna, Gino, che comunque guarda meno tivù di te e sopra al grundig ci piazza ancora il centrino con la foto di Pertini… tu piuttosto… votalo ancora, non fosse altro che per riconoscenza, ma fattene una ragione: sei tra il quattro e il tre, KHM, per questo non vincerai mai…
- …sssentiii…ssss….
Adesso sibilava, ma non di rabbia, è che c’aveva ragnatele in bocca, si agitava come una falena, una falena nella tela.
Mi alzai dal tavolo, non mi divertiva più, anzi mi faceva un po’ schifo. Salutai Udienza, lui alzò un attimo la testa poi tornò ai suoi affari, stava ultimando il terzo box di parole crociate.
Garou s’era alzato poco prima, a ben vedere s’era abbassato. Aveva preso a camminare a quattro zampe, non feci caso al fatto che poco dopo s’era sentito un vetro infrangersi. Quando mi sporsi in cucina per salutare la cameriera, la vidi impegnata a trattenere Garou per la collottola, il mio amico aveva zanne quasi più bianche della bella bionda e cercava di azzannarle una papera. La scena di per sé era piuttosto forte, tuttavia mi sembrò che la cameriera ridesse, solito baluginìo di diamante incastonato.
Mi buttai in strada, capii immediatamente che per le papere era conveniente stare nel locale, fuori si stava ad almeno dieci sotto zero. Soffiai, mi uscì uno sbuffo di vapore bianco e denso. Pensai allo zucchero filato di prima, me ne pentii, lasciai che l’idea si dissolvesse da sola. Rabbrividii e mi venne in mente che Babbo Natale viaggiando con la slitta a volte probabilmente incontra dei vuoti d’aria, e lì dicono che il gelo sia tale che un uomo potrebbe cristallizzarsi in pochi secondi. Presi a camminare battendo i piedi, magari fossi grasso pensai, Babbo Natale lui è bello grasso, mica è un chiodo come me.
Però come fa coi vuoti d’aria? non c’è mica la cabina sulla slitta.
Mi fermai al centro della piazza centrale, a raggiungere il centro da qualunque vertice non ci si impiega più di 10 minuti a piedi. La cittadella della gioia s’era svuotata.
Guardai attorno i palazzi sfavillanti, gli intonaci spatolati, i balconi rinascimentali, le vetrate piombate, il ferro battuto, il cotto, il titanio.
Ero al centro della gabbia.

Tuesday, August 09, 2005

Il tempo secondo Demetrio



Restò almeno un’ora immobile su quella panchina. Se avesse potuto avrebbe chiesto di fare silenzio su tutto il lungomare.
Noi restavamo mestamente in auto. Aspettavamo che rientrasse.
Se fosse stato capace di tanto avrebbe chiesto e ottenuto di zittire i gabbiani.

“Quelle ugole sempre troppo vivaci dei pennuti. Prendi il merlo. Quel suo gorgheggio acuto, squillo incostante dettato da guizzi di un umore folle, respiro di un piccolo ventre carenato, ugola angusta provvista di lingua puntuta e becco giallo, sempre pronta a modulare solfeggi dettati da chissà quale ispirazione , esercizi di stile appresi in ambiti ignoti, presso una scuola negata agli umani.”

Smisi di leggere il passaggio sugli uccelli e chiesi quanto di questa definizione fosse invenzione poetica; la donna accanto a me sorrise.

- No, quella è una sua vera ossessione. Demetrio teme realmente i volatili… un giorno ha detto anche che ciò che lo infastidisce maggiormente in loro è quella… “libertà anarchica” inoltre… “la scrollata repentina del capo, i piccoli occhietti allucinati, le palpebre cornee, eredità della loro discendenza dai sauri, cose incomprensibili di una natura insondabile e sicuramente irriverente alla sensibilità dell’artista”.

La ascoltavo studiando i gesti del musicista lontano, sulla panchina. Credo stesse parlando da solo, poi rivolsi nuovamente lo sguardo alla donna, le cose che mi riferiva, leggendo, erano estratti da “Biografia di un’estate”, il best seller sulla vita del cantautore. Sul sedile, tra me e la donna, v’era una pila di dieci copie autografate del libro, pronte per essere regalate ad alcune conoscenze illustri dell’artista.

Lui se ne stava di spalle, continuava a parlare con le onde. Il suo assistente, in piedi a pochi metri dalla panchina, fumava tenendo un piede sopra una bitta e aspettava più di tutti noi che il suo capo ritrovasse il bandolo della matassa.
Ma chi avrebbe avuto il coraggio di andare lì e riportarlo ad una dimensione più domestica, ora che era completamente rapito da uno di quei suoi singolari tumulti interiori.
Ammetto che quasi avevo sperato che ciò avvenisse quel giorno. Ero stato esaudito nella mia morbosità di giornalista, avrei visto l’artista che soffre, colto nel suo aspetto più recondito e il reportage che andavo a fare avrebbe avuto più mordente, se solo fossi riuscito a tradurlo in una forma che potesse far fronte alle limitazioni che l’entourage dell’artista mi imponeva.
L’artista stesso andava ammorbidito affinché la mia rubrica potesse andare in onda. Egli è inflessibile coi suoi collaboratori, difficilmente e solo per fair-play si comporta diversamente con chi lo avvicina dall’esterno della sua corte. Non che sia avaro (di emolumenti no, di umanità forse, a detta di qualche suo strumentista), ma la sua linea oltranzista non cede il passo sui dettagli, sugli orari, sulle regole. L’artista non transige sui ritardi, allo stesso modo non accetta che ci siano sforamenti sugli orari pattuiti.

“Se chiudessi un occhio sui tuoi cinque minuti di ritardo dovrei pagarti anche per quei cinque minuti in cui non hai lavorato, per la stessa ragione non otterrai che ti concordi un arrotondamento di cinque minuti sul tuo straordinario.”
Questo è il tenore degli unici scambi di chiacchiere che si concede coi musicisti fuori dal palco.
Sul palco è un’altra cosa. Lì sopra il lavoro è una parola vuota e ciò deve valere automaticamente per tutta l’orchestra. “Il tempo sopra le assi del palco è arte, l’orologio resta in camerino nella tasca del soprabito”.
Per la precisione un orologio, l’unico degno di fede, continua a restare sul palco o poco discosto, è quello dell’assistente, lui annota tutti gli orari e il suo compito è indiscutibile.
Nemmeno il cantautore fa una piega se l’assistente fa notare che l’orario delle prove è terminato, per lui in quei frangenti il tempo è un parametro col quale entrare in contatto tramite un medium, che provvederà a farsi vivo al momento concordato, prima di allora il musicista fluttua oltre il confine del tempo e può definirsi “indubbiamente vivente”, definizione che assume senso quando si confronta la sua presenza di spirito ai tasti del piano con l’umore che generalmente lo pervade in tutte le altre situazioni. Al ristorante, nella hall dell’albergo, ovunque fuori dal palco un giornalista possa avvicinarlo, Demetrio risulta una persona assolutamente piatta, assente, intento esclusivamente a regolare contabilità di ogni genere , confrontando grafici e diagrammi di flusso con l’ assistente, scartabellado le pagine ad anelli dei suoi segretissimi registri rossi della Pigna sui quali da decenni annota ogni cosa, facendo correre la punta di mille mozziconi di matita. Segna tutto a grafite, dell’inchiostro non vuol saperne, dice che “con l’inchiostro è stato segnato il destino di fin troppi geni dell’arte, non si vorrà che ne resti vittima anche un povero artigiano delle note”.
Di fatto quei registri rossi sono parte integrante della figura del nostro quanto e più della sua fronte solcata di rughe o del papillon messo un po’ di sbieco.

Il soi unici confidenti sono probabilmente quei registri, oltre chiaramente all’assistente tuttofare e a questa signora che mi sedeva accanto, anch’essa onnipresente, la più puntuale dello staff. L’artista la chiama solamente miss Luna, la sua musa. Ha un ruolo fondamentale nello svolgimento delle prove e in concerto non si fa mai vedere se non di sguincio, dietro una quinta. E’ la presenza occulta del concerto, salvo uscire per affiancare i musicisti durante i ringraziamenti con lo scroscio finale degli applausi. Fu con lei e non con l’artista che potei parlare durante quei giorni. Miss luna era il portavoce, mi descrisse il Demetrio-pensiero, filtrò dettagli e segreti che mai avrebbero potuto arrivarmi direttamente dalla voce beffarda di lui. Voce dalla quale non crederesti mai di udire verità, tanto le sue brevi esternazioni somigliano immancabilmente a variazioni sul tema dei suoi pezzi.
Se non scrive sul registro rosso, Demetrio sta sul palco, quando non è intento a suonare né a curare i suoi amati carteggi, l’artista è chiuso in qualche camera d’albergo in segretissimo connubio con la musa, se non è nemmeno lì allora forse lo ha rapito una marea esistenzialista quindi non si può sapere cosa stia facendo o dove sia punto.

Quel giorno con noi fermi a bordo strada e lui seduto su quella panchina in ferro battuto a Bagnoli era un contesto raro, da fermare nel tempo e sulla carta, e io, che di questo ho fatto una professione, peccai probabilmente d’ingratitudine.

- A cosa pensa quando è così? - chiedevo a miss Luna. Sapevo di porre una domanda troppo diretta, non tanto per il contenuto, ma per il referente, parlare con miss Luna è come parlare direttamente con Demetrio. In qualche modo è anche più impegnativo, perché l’artista non risponderebbe mai ad una domanda del genere, mentre Luna ha il suo tacito consenso ad intercedere e “compromettersi” nell’arduo menage delle relazioni pubbliche.

- La sua preoccupazione in questo momento è di non riuscire a scrivere il prossimo brano…
- Teme qualcosa?
- Le sto dicendo…la soddisfazione più grande nella vita di Demetrio è l’applauso al termine di ogni brano. Demetrio insegue una visione e questa si concretizza ogni volta che un suo brano muove gli animi di una platea. Ha capito nell’intimo la grandezza della capacità di regalare un’emozione, ne è ossessionato perché ha compreso che questo è uno dei massimi poteri concessi all’uomo: sollevare gli spiriti dei propri simili.

Lessi a proposito: “…ma è un bene effimero, melassa buttata per pochi minuti sulla folla pagante, terminato l’ultimo battito di mani, la gente non ricorderà più quanto stesse bene alcuni istanti prima…”

- …ecco, appunto, un’altra causa del suo malessere…
- …tutto preso dai demoni del consenso… lo facevo decisamente più distante da queste paturnie… uno che concede interviste come fossero udienze papali… col portavoce…con tutto il rispetto per lei signora, ma…

Non avessi mai adoperato quei toni… miss Luna si trasformò in Miss Gelo:
- la prego cortesemente di non scherzare. E’ un grande privilegio il suo… qui… ora.
- …desolato, signora. Davvero, chiedo scusa…
Mi sentivo sufficientemente a disagio, la mia proverbiale faccia di legno stagionata così a lungo in anni passati a frugare nei cassetti delle mie prede aveva evidentemente ancora dei punti molli. Miss Luna, una sparring partner così devota… non mi restava che attendere che riprendesse spontaneamente la parola, ma ora era intenta a guardare verso il mare tesa a capire quanto sarebbe durato il travaglio del suo compagno.

Certo, magari avevo passato il segno, ma quella era gente che non faceva il minimo sforzo per renderti la vita facile, per smussare le formalità. E in fondo chi era Demetrio?

un uomo che aveva da tempo perso di vista i confini del suo ego…

uno per cui una semplice intervista necessita filtraggi cui forse nemmeno Minà dovette far fronte, quella volta del report su Castro…

uno che con mezzi misteriosi, forse con l’ipnosi, ha fatto di una bellissima signora di cinquant’anni, agghindata sovente come una tigre del ribaltabile, la sua incorruttibile perpetua, incessantemente rapita dall’estasi per qualunque verso poetico o puramente onomatopeico del nostro grande compositore…

uno infine, via, che ha fatto di necessità virtù, encomiabile per la pertinacia, ci mancherebbe… ma con quella voce…

va bene.

Lo scrutavo contrariato: l’artista proseguiva il suo delirio rivolto ai flutti, adesso era adirato, si strappò in un gesto di stizza il papillon e lo scagliò verso il bagnasciuga.
Mi produssi in un sorriso amaro, speravo che miss Luna si girasse e capisse che anche se uno è Demetrio non può pretendere così tanta devozione da quelli come me, che si guadagnano il pane col sudore e che hanno il buon senso di risparmiare questi capricci da adolescente alla gente che li circonda, e forse tanta devozione Demetrio non la merita nemmeno da lei cara Miss Luna, avrei voluto dirle… qui si sta parlando di mancanza di rispetto. Oltre che di buon senso.

Macchè, quella non avrebbe mai colto il mio sorriso, avreste dovuto vederla, col fiato sospeso, indecisa se aprire la portiera dell’auto e correre verso il suo amore per abbracciarlo, per impedirgli di fare una qualsiasi sciocchezza. Una così bella donna, avesse avuto una devozione simile per me, che motivi avrei trovato per incazzarmi con le onde? Ma la distribuzione dei talenti agli uomini è affidata ad un arbitraggio di regime… io non avrei mai potuto far alzare le folle in platea, così come imbastire una diatriba con l’acqua salmastra, mentre donne mozzafiato fanno gli scongiuri per me, ansimando dietro il lunotto fumè di una berlina.

Ma che mi saltava in mente? Che mi fregava a me di fare raffronti tra la mia situazione a quella del famoso cantautore partenopeo? Che c’azzeccava? Mi stavo lasciando prendere in una qualche malia napoletana, un altro po’ e avrei desiderato di piangere rivolto al Vesuvio.

Ripresi a leggere ad alta voce un passaggio di “Biografia di un’estate”, aprii a caso, volevo semplicemente interrompere quello spettacolino irritante, oltrechè riprendere il mio lavoro, unico punto fermo a mio avviso in quel deragliamento di sensazioni nel quale quella gente mi risucchiava:
“Ciò che non sopporto sopra ogni cosa è il populismo. Il populismo subdolo, quello più becero, che si infila nelle case delle massaie attraverso le rubriche cosiddette scientifiche, quando vuole convincerle che la loro cucina è paragonabile ad una pratica quotidiana con le leggi della chimica, di qui lo sbrigativo sillogismo per cui una casalinga non ha ragione di provare complessi d’inferiorità nei confronti dei grandi cervelli della ricerca, concetto decisamente discutibile, fatta eccezione forse per come cucina miss Luna.
Sul lungo termine di tempo ragionamenti simili potrebbero generare la convinzione che Beethoven e un clacson si spartiscono il regno della musica dato che entrambi producono suoni ed è da questa degenerazione del pensiero che io vi metto in guardia, care signore.”
- Be’ questo pensiero mi è piaciuto!
sottolineai per riconquistarmi le grazie della signora
- …questo è solo una piccola scintilla da cui si evince la grandezza dello spirito di Demetrio…
- … sì sì e poi c’è quell’ironia di fondo… peccato non sia altrettanto prodigo di motti di spirito quando i giornalisti pendono dalle sue labbra…
- … ah ma allora lei ne fa un fatto personale…
- no signora, mi creda e mi spiace di aver esagerato prima… ma ecco… ehy, Demetrio si è alzato…

miss Luna era già fuori dall’auto, la vidi correre verso il suo uomo che aveva preso a scendere improvvisamente una scalinata che portava giù alla spiaggia.

Uscii anch’io, chissà quale altro capriccio o sceneggiata, mi preparavano quelle due figure da operetta. L’assistente mi pregò di restare presso l’auto, io non gli prestai la minima attenzione, poteva anche essere l’uomo-tassametro dei concerti dell’artista, ma su di me quel tizio non poteva avanzare nessuna pretesa. Eppure si provò a trattenermi per un braccio, gli intimai di lasciare la mia bellissima camicia, molto inamidata, molto debole sulle cuciture… riiip! allo scimmione non ci volle nulla per strapparmi una manica…

- sei scemo? hai presente che questa camicia l’ho pagata più di quanto prenderò per ‘sta cazzo d’intervista?
- mi spiace per lei, non è permesso che si intrometta anche nei discorsi tra Demetrio e miss Luna… venga… qui…

mi divincolai e sgattaiolai come neanche ai tempi del rugby, la manica la lasciai all’uomo scimmia, io ero già due scalinate più in giù, improvvisamente assordato dal frastuono del maroso.
Guardai in su, l’orango ci provava a scendere, ma evidentemente aveva qualche problema con le scarpe nuove su quei piedi insospettabilmente piccoli per la sua stazza. Lo vidi inciampare in modo serio, poi tornai a scrutare la battigia, cercando quei due. Onde enormi, non sembrava il golfo di Napoli. Nel rumore del mare però qualcosa era fuori posto. Cercai di capire, c’era un sottofondo musicale, una nenia, qualcosa con le fisarmoniche… molto più in là. Mi spostai lungo i faraglioni, e la musica si faceva più definita… sembrava… era! cento metri a destra delle scalinate, in un’insenatura del porto, pochi metri sopra le onde, avevano installato una vecchia giostra coi cavalli. Stava girando anche se apparentemente nessuno montava i vecchi cavallini di legno.

- Vulite fare nu giro, guaglio’, ite, accà tenite la vera giostra de Napule…
L’uomo della giostra vestiva elegante e inizialmente, di spalle, m’era parso fosse lo stesso Demetrio.

- Allora…c’ashpettate? In coppa aa giostra ci sta nientemeno che il grande maestro che suona solo per voi… e per questa splendida creatura…
e l’uomo si chinò con gesto teatrale per indicare miss Luna che appariva dalla giostra seduta su di una piccola carrozza con la vernice scrostata, non l’avevo individuata prima distratto da quel carosello di luci. Miss Luna sorrideva come non l’avevo ancora vista fare. Sembrava una ragazzina, così improvvisamente libera di tutta l’affettazione che portava in giro assieme al trucco.

- venite su montate anche voi, Demetrio suonerà per tutti e due!
mi urlava eccitata sporgendosi in tutta la sua grazia, mi venne in mente una definizione letta da qualche parte “nel volto tutti i segni del tempo, ma il fisico di un’adolescente”
- suona? e dov’è’?
- ma non l’avete visto? è lì!
- lì dove?
- lì che sta...
la giostra allontanava da me miss Luna e quello che mi diceva si perdeva nell’armonia ipnotica delle fisarmoniche e del…pianoforte! ecco l’artista, dietro al cavallo nero e a quello rosso c’era un piccolo pianoforte a coda e dietro ad esso c'era Demetrio, nuovamente padrone del carisma che lo fa muovere sui palcoscenici di tutto il mondo.

Era lì, perfettamente a suo agio, nonostante quel palcoscenico rotante, le luci intermittenti e la puzza di cherosene, il nostro seguiva sui tasti la melodia semplice del carosello e sembrava che niente gli importasse più di quello.

Presi al volo un cavallo accanto allo sgabello di Demetrio, lui chiaramente non mi vide, assorto in quelle dieci note, sempre le stesse. Mi voltai e qualche cavallo più in là vidi la carrozza di miss Luna che continuava a bearsi come una bambina con lo zucchero filato.

A tratti vedevo passare l’uomo della giostra, si lisciava il baffo e squadrava solo me, lasciando intendere che qualcuno avrebbe ben dovuto pagarlo quel divertimento, non fosse mai che toccasse proprio all’artista, stella internazionale, orgoglio di Napoli.

Thursday, June 30, 2005

Giangianni Bigolin.



Il nome può sembrarvi ridondante, ma possiede la forza di un'allitterazione, cosa mai trascurabile nel destino di un nome.
Quanto al cognome vi basti sapere che appartengo ad una famiglia di nobili guerrieri. Ricordo, papà spese un botto quella volta che si fece redigere l'albero genealogico. L'etimologia del nome, la provenienza, il rango, il lignaggio, le venature, tutto parlava di una nobile discendenza, ora non ricordo bene, comunque vi sto dicendo che qualche secolo fa i miei avi possedevano mezza Germania. In salotto è appeso lo stemma, due fagiani infilzati su uno spiedo e attorno una corona di alloro e rosmarino.
la mia vita stessa è un romanzo e non occorre guardare alla mia provenienza medievale per rendersene conto. Parlo bene cinque lingue, a volte riesco a farlo con due al colpo. Certo il mio lavoro di consulenza informatica richiede una buona presenza in fatto di argomentazioni, diciamo che non deve mai mancarmi spunto per il dialogo.
Il mio socio installa i software che l'azienda produce. Lui li installa io li spiego. Giriamo molto, toscana, Emilia, Lazio, ogni giorno mete nuove, nuove aziende presso le quali operare. Ogni giorno nuovi referenti, gente a cui spiegare l'indispensabile e il superfluo. Il mio collega è molto rapido, ma talvolta l'installazione richiede un'intero pomeriggio. Sono le volte in cui devo dare il meglio, sono le volte in cui porto meco una bottiglia da litro di redbull diluita con Fanta aranciata amara, la mia preferita, a intervalli di un'ora e mezza butto giù lunghe sorsate e riprendo di slancio le argomentazioni. Talvolta esco dal seminato, ma chi mi ascolta non se ne accorge, la gente raramente fa caso alla coerenza di quanto espongo, ho delle scalette ben collaudate e mi inceppo di rado, così ciò che dico assume comunque la dignità di una bella aria che vada spesso ala radio e piaccia un po' a tutti e che nessuno avrebbe voglia di interrompere.
Questo mi aiuta anche nella vita sentimentale, c'è una ragazza che mi è molto affezionata, mi ascolta per delle ore carezzandomi coi suoi battiti di ciglia e non dimentica mai come mi chiamo. Cosa che accade ad altre mie amiche , ma ciò non ha importanza, quelle mie amiche sono solo delle ex. Con loro vivo un rapporto sereno, solo mi infastidiscono i regali che esse ricevono da altri ragazzi che non sono io. Cerco di far loro capire che non è rispettoso tenere un piede in due staffe, nè per me nè per l'altra parte. Ma ciò non mi preoccupa, comunque i miei sono i regali più sentiti, poche persone sanno scegliere i regali altrettanto bene. Sono una persona di una generosità spropositata, ho regalato di tutto, lavatrici, cani, motorini, una volta ho regalato perfino una bara.
Non dimenticherò mai quella volta che feci trovare sotto casa di una mia ex un cavallo lipiziano, l'avevo comprato dal circo, era abituato al lusso e alle bardature sfavillanti, una trapezista l'aveva istruito ad atteggiamenti di un'affettuosità pressochè umana. La mia amica lo tenne in garage per un po', poi dopo che con un calcio sfondò la portiera del Carrera di suo padre,venne costretta da quest'ultimo a restituirmelo. Io lo tenni per alcuni giorni in terrazzo, poi sfiancato dalle proteste dei vicini lo restituii al Medrano, ma non ebbi indietro i soldi. Tuttavia strinsi una breve relazione con la trapezista. Persona straordinaria, ma incontentabile.
Nel mio lavoro contemplo tutte le vie per arrivare al cuore della gente, e a volte mi faccio largo anche verso mete diverse. So per certo che col know how acquisito non passerà più di un decennio prima che fondi la mia futura attività, la mia azienda, la svolta. Il nome è da decidere, ma nello slogan ci sarà il mio motto: "e ci siamo capiti!".
In breve che farò? venderò un sogno, uno, il più importante. Avvicinerò i miei clienti alla persona che essi riterranno la loro altra metà del cielo. Unirò le volte celesti di migliaia di future insospettabili coppie. Come? offrirò un pacchetto, il kit adescamento. Dove? lavorerò in territorio, intendo qui, nel mio mitico nordest e sono sicuro che qui farò girare il business all'inizio, ma poi il brand sarà facilmente esportabile. Regalerò il lusso ai miei clienti, un lusso di facciata, roba giusta per una settimana, casa in montagna (convenzione Valtur), Porsche Cayenne (un fac-simile, ho già per le mani un prototipo col motore skoda), sanitari in marmo (lavoro scenografico, che mi parla di polietilene, merce non rara), domestici filippini (ingaggerò cinesi, tutto si fa), oro, diamanti e gioie varie (sponsor), amici importanti (basta pagarli). Il lettore dirà "bravo il cliente adesca la sua preda col facile richiamo dell'abbienza, ma che sarà di questa storiella nata sull'agio e la finzione, non appena il pacchetto si esaurisce?". Il lettore ben informato sa che la mia clientela avrà a disposizione un succulento carnet di promozioni e vantaggiosi dilazionamenti, e poi il mio cliente deve sapersi gestire come meglio crede l'epifania dell'esca, una volta abboccato il pesce/la pesciolina. Qualcuno dirà, sembra un businness tagliato per una clientela solamente maschile. Io dico: signori i tempi stanno cambiando, vince chi sa riconoscere il cambiamento. Qualcun altro dirà è un'idea balzana, labile è il confine tra questo tipo di commercio e la prostituzione. Anzi già ho previsto che, successivamente all'apice del mio piano aziendale, verrà un'ineluttabile declino della richiesta. La differenza tra me e un manager mediocre è che io so quando e come cesserà la redditività. Proveranno a incastrarmi per vie legali, sarò in cima alle prime pagine di diverse testate per la discutibile accusa di gestione di attività illecite, penderanno su di me mandati d'arresto per sfruttamento di prostituzione, vilipendio e circonvenzione d'incapaci. Ma io ho già previsto tutto. La mia protervia piegherà il giudizio della storia. Ribalterò l'accusa, dimostrerò che il mandante dei miei crimini è la società stessa, che siete voi che l'avete voluto, metterò voi tutti che avete avuto bisogno del mio businness per uscire dalla vostra stessa inettitudine sul banco degli imputati e vi obbligherò ad un esame di coscienza collettivo, oltre che a un bagno di umiltà che non fa mai male. Ora scusate, ma ho da fare, il mio socio ha mandato in crash il sistema dell'azienda dove stiamo installando, dovrò camuffare la cosa col titolare. Comunque sarete presto al corrente delle novità al mio riguardo, il mio nome vi raggiungerà ovunque siate, è inevitabile, è la forza dell'allitterazione.

Wednesday, May 04, 2005

Stardust



A forza di guidare si fece notte. Non che la cosa piacesse a questo o a quello. Personalmente guidare mi fa schifo. Cosa vuol dire che sei sicuro sulle auto moderne? non s'è ancora visto un crash-test dummy che rimbalzi dolcemente contro il cruscotto e dopo la simulazione d'urto torni ritto e sano sul sedile, magari dandosi una sistemata al colletto della camicia. Fin qui mi hanno mostrato solo scene di violente collisioni al rallenty. Intere famiglie di pupazzi gialli e arancioni, adulti e finti bebè, vanno in pezzi al riciclaggio e questi vengono a dirmi che guidare è rilassante.
L'avrete capito che guidai meno di tutti. Feci mezz'ora un'ora al massimo, tra la prima e la seconda corsia.
Poi guidò parecchio Esse, piegato sul cruscotto come una zia a 100 all'ora. La macchina poteva molto di più. Ce ne rendemmo conto quando si mise alla guida Elle, lei sì che sfruttava bene i cavalli, in barba a tutti i luoghi comuni sulle donne al volante.
Infine a sera inoltrata e fino a notte si appostò al comando Bi, il capitano della nave.
Esse stava al posto del navigatore, ma non fu di alcun aiuto poichè chiuse gli occhi dopo che per un quarto d'ora nessuno proferì parola. Esse e' uno di quelli per cui il sonno viene col silenzio.
Io in auto non dormo mai. Se devo fare la fine di quei manichini colorati preferisco esserne cosciente.
Così calò il silenzio nell'abitacolo. Elle era seduta accanto a me. Di tanto in tanto mi lanciava qualche occhiata indecifrabile. Ottima ragazza Elle, una testa che vale un tesoro, ma un tesoro al termine di un labirinto. Bella Elle, chioma nera, un occhio azzurro, sull'altro in genere porta una lente cosmetica viola. Grandi doti Elle, criptiche quelle interiori, fin troppo esplicite le esteriori. Se le andava dissi poteva stendersi un po', io mi strinsi alla portiera.
lei si accoccolò morbida sul sedile e più tardi si sollevò un po' per poggiare la testa scura sulla mia spalla. Bi continuava imperterrito alla guida e ci mancherebbe, non volevamo mica fermarci proprio ora che mancavano 100 chilometri al termine della notte.
Dove andavamo? Non s’era deciso fino all’ultimo. Elle proponeva di andar molto giù, alla sua isola natale, terra del sole, terra di agrumi succosi.
Esse proponeva di fermarci a metà, in medium, per la sua sete di virtù.
Quanto a me avrei preferito prendere l’aereo e Bi era intenzionato a superare anche la meta ultima, chessò, magari prendendo un ferryboat.
Ma Bi come gli altri cominciò a dare segnali di cedimento, ebbi un sussulto quando sullo specchietto vidi i suoi occhi chiudersi per un lasso decisamente più lungo di un battito di ciglia. Lo pregai di accostare, c’era da scegliere tra cedere al sonno a bordo strada per mezz’ora o sposare l’eternità lungo la corsia di sorpasso.
Così Bi sostò l’auto, quindi si tolse il giubbino lo appallottolò contro il finestrino, si appoggiò e dopo avermi augurato buonanotte non passò un minuto che il nostromo cominciasse a russare.
Dieci minuti dopo l’auto cominciava a raffreddarsi e a impedirmi di partecipare al sonno dei miei compagni di viaggio si aggiungevano gli scossoni dell’impatto con l’aria spostata dalle auto... a tutto questo facevano da sfondo le background vocals di Esse e Bi che si esibivano ormai in sincopati gorgheggi. Sprofondata nella fase r.e.m. Elle, stretta al mio fianco, credeva di avere a che fare col gigantesco peluche di gorilla che più di una volta le avevo visto spupazzare sul divano della casa che condivideva con la sua compagna di corso. Provai a piegare la situazione a mio favore, ma non mi venne in mente niente di sufficientemente coraggioso. Alla fine cedetti a un movimento brusco col braccio, una sorta di gancio cielo, un moto disarticolato col quale ottenni solo di tirarle alcune grosse ciocche della chioma nera. lei naturalmente si lamentò andando a cercare rifugio all'altro lato del sedile e le mie avance non ebbero più alcuno sviluppo.
Passò un camion ad una velocità insensata, sembrò sfrecciare a non più di mezzo metro dalla portiera. Quindici secondi dopo ne balenò uno ancora più radente e mi sentii mancare il fiato.
Volevano me, volevano la fiancata sinistra, quei cosi di svariate tonnellate volevano portarmi via con loro. E volevano solo me, immagino fosse perché ero cosciente del pericolo. Agli altri gli orsetti di peluche, il dolce sonno di morfeo. A me il frastuono degli autotreni, i fari alti e l'ossessione dei crash test.
Poi venne un'ondata più grossa delle prime due.
Questa volta non vidi nemmeno la sagoma del bestione.
A meno che le ruote non stessero andando a fuoco, l'impressione era che sulla fiancata del tir brillassero decine di fari, ma fu un'apparizione talmente rapida che il silenzio creatosi in coda al boato aveva il sapore di un risveglio dall'ultima scena di un sogno.
Passai il palmo della mano sul vetro due o tre volte.
Si aprì uno squarcio sulla condensa della lastra.
All'esterno niente più del buio stradale di prima. Ora non era più possibile nemmeno distinguere il guardrail. Ad essere onesto non distinguevo più nulla là fuori. Se avessi avuto un riscontro in precedenti esperienze avrei potuto ammettere che fuori del finestrino in quel momento ci fosse il nulla, il buio cosmico.
Cercai una reazione di stupore a questà novità, volevo che almeno Elle fosse cosciente del fatto che fuori non c'era più la strada. Niente. A loro il sonno dei giusti. Ora erano perfino silenziosi. Come fuori dall'auto: un silenzio magnetico. Provai una strana sfiducia nei miei organi di senso quando ebbi la sensazione di aver perso notevolmente peso.
Mi chiesi se fosse aria quella che stavo respirando o se per qualche motivo l'impianto a GPL avesse perdite nell'abitacolo.Ho sempre immaginato che il decesso per inalazione di gas avvenisse con scarsi e poco decifrabili preavvisi. Per anni ho sopportato tra le altre la paranoia del fornello apertola notte, sicché c'era sempre da chiedersi se al mattino seguente sarei stato cosciente dell'attimo in cui qualcuno (chi?) avrebbe acceso la luce in cucina facendo saltare in aria l'intero caseggiato e magari mezzo quartiere. Poi un tale, un professore di fisica, mi fece capire che tutto ciò non sarebbe mai stato possibile, giacché la deflagrazione non sarebbe mai avvenuta per l'accensione di un interruttore bensì per lo spegnimento. Il nome scientifico di questo fenomeno era "effetto punta".
Ora c'era da chiedersi se una golf a GPL potesse saltare in aria per l'effetto punta. Non mi è mai capitato di vedere al rallenty pupazzi gialli coinvolti in una sfiga del genere.
Spalancai d'istinto la portiera, un istinto rarefatto dal torpore e dalle elucubrazioni di cui sopra.
La serratura non fece alcun rumore. Un'occhiata a Elle prima di staccarmi dal sedile; respirava, si strusciò un occhio col dorso della mano poi rimase in quella posizione. Gli altri due sembravano statue di cera. Poggiai un piede fuori ancora prima di verificare come fose la situazione . Silenzio e buio, tutto uguale a prima che uscissi dall’auto. La faccenda si faceva seria, se metti la testa fuori da un’auto immersa nel buio e continui a non vedere niente di sicuro non sei in autostrada.
Non mi presi a pizzicotti, non lo farei mai. Non ci pensi ai pizzicotti se ti ritrovi nel mezzo del buio cosmico dopo una sosta in autostrada. Ragioni su questioni di visibilità, nebbia, segnalazioni, poi scopri che la superficie esterna dell’auto è riconoscibile, non altrettanto il manto stradale sotto le ruote, che è nero, di quel nero uniforme che ti circonda. Niente riflessi sull’asfalto, niente colonnine, niente lampioni, fari, stelle…
L’ultima volta che mi era successo avevo sì e no cinque anni. Scendevo dal letto nel cuore della notte, luci spente, cominciavo a bighellonare tutt’attorno finchè non perdevo completamente il senso dell’orientamento, a quel punto urlavo, la scenetta finiva con mia madre assonnata che accendeva la luce della camera, riportandomi sotto le coperte e pregandomi di non farlo mai più.
Rientrai in auto, dentro la realtà brillavano ancora due led, uno azzurro evidenziava l’ora sul cruscotto, l’altro intermittente era quello dell’allarme. Probabilmente le uniche fonti luminose nel raggio di chilometri.
Potrei giurare che ciò che seguì sia tuttora attestabile anche da Elle, che restò per tuto il tempo in uno stato di dormiveglia. Tuttavia dopo di allora non ho mai aperto bocca al riguardo, aspettandomi che l’argomento venisse affrontato prima o poi da lei.
Dal lato del navigatore cominciai a scorgere un punto luminoso. Passai una mano sul vetro, là fuori c’era qualcuno, era una figura umana, stagliata in modo abbastanza netto sul set di quel buio irreale.
Quindi c’era ancora un’umanità lì fuori, non che questo mi rallegrasse particolarmente, date le modalità di quell’epifania… la sensazione era la stessa di buttare un occhio al finestrino dell’aereo e vedere che nella notte un tizio cammina beatamente accanto all’ala mentre viaggi a 30000 piedi dal suolo.
Persi completamente la nozione del tempo se vi dico che da quel momento fino al termine di quella sosta nell’iperuranio potrei stabilire che non fossero passati più di venti minuti . Il led azzurro del cruscotto mi diceva invece che scorrevano le ore e non credo che in tutto questo c’entrasse un qualche tipo di intossicazione da gas gpl. L’uomo ritto davanti al lunotto anteriore dell’auto non aveva niente di un tecnico del soccorso autostradale. Era vestito come un ragazzino, felpa col cappuccio, jeans molto larghi, cappellino… ma il volto, dio mio, quello era di un vecchio.
Con la mano fece segno di uscire e di sicuro si rivolgeva a me, guardandomi sicuro negli occhi. Come potesse dall’esterno di un’auto pressoché totalmente immersa nel buio , fissare i suoi occhi su quelli di un passeggero che stava disperatamente acquattato contro lo schienale della guida, era già un motivo sufficiente per dubitare che quel tale venisse in pace.
Tuttavia presi il coraggio a due mani e prima ancora di calcolare le conseguenze ero di fronte a lui, presso il muso dell’auto. Quell’uomo ora vestiva in modo differente, non feci caso al fatto che forse avesse sfilato cappello e felpa e sotto avesse una camicia identica alla mia a motivi cachemire (bel coraggio!), ciò che ipnotizzava la mia attenzione era quel volto mutevole. In breve ebbi un sentore di nausea, sentii una pressione all’altezza del diaframma, il mio respiro diveniva lo stesso di quel..mio simile, sì, simile… quel camaleonte simile a me lo era in tutto e per tutto, valutai inorridito la simmetria tra me e lui, che tuttavia decideva in proprio e mi assestava già qualche lezione di condotta. Il guaio era che per mettersi alla pari con noi i SUOI simili avevano bisogno di elevarci. Questo era solo uno dei primi teoremi cosmici che provò a infondermi per via telepatica. Poi arrivò a comunicarmi l’assoluta infondatezza dei nostri timori nei LORO confronti, proprio per l’assoluta estraneità delle nostre priorità rispetto alle LORO.
Mi fece intuire che il soggetto “uomo” era in studio presso le loro colonie da prima della scomparsa del Neandertalensis, essere che avevano ritenuto più “proficuo” rispetto a quello che gli era sopravvissuto e alla cui specie io appartenevo. Quell’osmosi di concetti sembrò diventare un monologo abbastanza noioso e chiesi in qualche modo facoltà di parola. A quel punto tornai in possesso del mio ritmo respiratorio, il camaleonte tornò ad avere sembianze indefinibili, un volto pressoché femminile, la camicia no, i motivi cachemire continuavano a piacergli, cosa che continuò a farmi dubitare circa la sua saggezza cosmica.
Andai al sodo, per anni m’ero in qualche modo disposto a un confronto di quel tipo, sapevo che se mai ci fosse stata una probabilità di confrontarmi con altri inquilini del cosmo avrei cominciato col porre loro le fatidiche domande esistenziali, chi siamo ecc., e non volevo certo che tutto ciò che potessero dedurre dal confronto coll’omino qui fosse solo un dubbio gusto nel vestire.
- Senti cam..ehm essere celeste, cos’è questa faccenda che spesso ho l’impressione di vivere nella gabbietta.. lo sai, la teoria della gabbietta…insomma io per anni ho sospettato che tutto questo…
e feci un gesto circolare, quel gancio cielo che saltava fuori nei miei frangenti d’imbarazzo, ma questa volta indicavo la volta inesistente del creato
- … credo tu abbia più di qualche nozione al riguardo…insomma amico mio, non è che fin da prima del neandertal quaggiù voi o chi per voi mantiene questo bel serraglio… questo allevamento… questo esperimento sulla vita organica giusto per vedere quanto dura? o per valutare se ne val la pena… se è un format esportabile o… spero di essere stato chiaro…

Se avessi ottenuto risposta immagino che avrei già pubblicato un libro da promuovere presenziando a qualche talk show. Ma, trascorsi quei venti minuti di bonaria conversazione, il mio cangiante amico non volle più saperne di infondermi ragionamenti sottopelle. Non che mi dispiacesse di interrompere quel trattamento tipo polmone d’acciaio; quando lo vidi sgattaiolare con le sembianze di un lontano avo della mia specie, sparire, peloso e luminoso, sotto la curvatura di quello spazio uniformemente nero, pensai solo che avevo una gran fretta di rimettermi in marcia alla volta dello stretto di Messina.
Gli amici cosmici ebbero un moto di buon cuore e nel loro intedere tutto e di tutto diporre, fecero sì che il nostro ritorno alla realtà fosse vantaggioso e ci sganciarono direttamente a Catania, meta dettata da Elle, ulteriore conferma che ci fosse stata un’intesa più o meno cosciente da parte della bella addormentata con lo stesso soggetto delle mie visioni.
L’esperienza si concluse con lo stesso boato d’apertura, ora però io ero all’esterno dell’auto ed ebbi modo di vedere anche l’allontanamento del cargo con cui i cugini cosmici ci avevano scorazzato in qualche bolla temporale. Che devo dirvi, luminoso era luminoso e abbastanza grande da farci entrare l’equipaggio di un aereo di linea, prima che potessi riconoscere singole parti della sua superficie il bolide si trasformò in una minuta saponetta metallica come se ne vede nelle varie foto di oggetti volanti immortalati dalle digitali dei turisti, questa qui sostò vibrante sopra l’Etna per almeno dieci secondi, poi schizzò all’altro capo della volta celeste, verso il fronte aranciato dei primi raggi di sole e sparì sotto l’orizzonte marino.

Passò qualche auto sulla statale prima che Elle incespicasse fuori dall’auto, e stupisse nel riconoscere il panorama.
- Effe… ma… chi ha guidato fino a qui?…Effe?…
- …
- Effe…
- Mh?…

Mi venne accanto, tutt’attorno l’aria si faceva azzurra, passavano rare automobili dirette giù a Siracusa, non mi sentivo attratto dalla sagoma imponente dell’Etna a ovest, ora osservavo intensamente il profilo di lei , le ciglia nere, l’occhio azzurro, quello viola. Temevo cambiassero colore da un istante all’altro.

- ricordo che dormivamo a ... dov'era... hai guidato tu...? ...e il traghetto?...

La scrutai intensamente, credo le feci perfino paura.
Due occhi, uno azzurro, l’altro viola, ma non c’era verso di scorgere quello che cercavo nel labirinto.

- Per il traghetto ci mettiamo d’accordo dopo, adesso andiamo a fare colazione, hai un bar da suggerire?

Friday, March 25, 2005

roseo futuro

Saremo tutti più belli, tutti in pace con noi stessi e perdonati da Dio una volta per tutte e veramente.
Del petrolio non ci fregherà più una cippa. Olio di colza. Qualche sceicco se la prenderà, avrà comunque di che vivere bene ancora a lungo. Qualche terrorista avrà deciso che si sta meglio vivi. Forse perchè in generale più nessuno avrà interesse a decurtare la vita al prossimo.
Gesù: si scoprirà che è ancora in terra, anzi atterrerà con quello che da anni ci pareva un UFO.
L'inconscio: non sarà più un problema, con buona pace di Freud.
Il lavoro: ce lo gestiremo individualmente e l'ultimo scatto d'anzianità sarà previsto sui centovent'anni.
Internet: tutti connessi sempre, è inevitabile. Super coscienza collettiva.
Poi rideremo, tanto e volentieri, perchè saremo mediamente più intelligenti e ben disposti. Penseremo a questi anni e all'era dei carburanti fossili con l'incredula compassione che riserviamo agli operai della prima rivoluzione industriale o a quei poveri cristi che si intubavano nell'ossido delle prime metropolitane a Londra, quando la tube andava a carbone. Carne da macello. Poi s'accende una lampadina ed è chiaro a tutti che a volte morire è 'na roba da scemi.
Buona Pasqua.

Tuesday, February 15, 2005

La capitolazione viennese



Biscuit, io ed S.
La campagna di Vienna nasce carica di aspettative avvincenti: avventura, distanza, donne e magari gioco, pensa S., tavoli verdi e vil denaro.
Oppure scorribande per le strasse del centro col flute pieno, marciando tutti a braccetto sul motivo di qualche melodia austriaca strillata dalle valchirie conosciute in birreria.
Sembrano piani plausibili, ma S., l'uomo di banca, non ha fatto i conti col clima del week end. Il generale inverno si fa un baffo dei nostri cappotti scuri, per tutto il tempo ci sferza una pioggia gelida.
Biscuit alza il cappuccio, ma S. non vuol saperne di riparo, come chi intravede una futura capitolazione, dipinge l'impresa di titanismo, in qualche modo si compiace e indugia in frasi del tipo "Questo freddo non ci aiuta" o peggio "Vienna mi è nemica", mentre svaniscono cuori e regine dalla mappa logistica della sua personalissima crociata. Lascia stare S., gli dico, non è la Vienna dei casinò che possiamo permetterci, non è il night che chiediamo per dare vita a questa campagna.
L'uomo di banca non demorde, lui, l'amico di sempre, è a Vienna con mire espansionistiche e ha già appuntato una bandierina su Bratislava, solo 45 min di macchina a est, mi ricorda, e forse non servirà nemmeno distribuire calze di nylon per avere successo.
Biscuit ha messo mezzi e volontà per realizzare le nostre manovre, e, pur non facendolo pesare, ha mire decisamente più nitide della piovosa Boheme asburgica di S.
Infatti siamo corsi a Vienna per una festa di compleanno, andiamo a trovare alcune giovani amiche di Biscuit, ragazze che seguono un programma di studi "Erasmus".
Il loro ostello, un collegio, meglio uno "studentato" è piuttosto decentrato rispetto alla capitale, da laggiù Vienna si lascia solo intuire, confusa tra una skyline tipo City di Londra, verso nord, oltre il Danau e angoscianti casermoni di sovietica memoria, datati e targati con caratteri rossi che mi parlano di un decennio di influenza russa prima dell'annesione al Reich.

(to be continued, natürlich...)

Sunday, January 23, 2005

Lost



A qualcosa erano servite le letture ottenute di frodo quando Luna mi portava a spasso. Da una di queste appresi che un labirinto va osservato da un punto esterno.
Lentamente assunsi alcune posizioni che mi consentissero di tracciare il perimetro della trappola. Spesso mi soffermavo sulla soggettiva di Cloe.
Questa mia nuova amica non somigliava per nulla a Luna.
Nei chiarissimi occhi di Cloe c'era un dolore. Residuo di un grosso torto subito, un giorno, forse, una rivelazione aveva spezzato irrimediabilmente la curva del suo sguardo.
Così tornai da lei, le chiesi formalmente di diventare il mio medium.
- Capisco bene ciò che intendi dire.
- E’ un buon punto di partenza.
- Beh... diciamo che non sei il primo.
- Tu come hai risolto?
- Io non ho mai risolto, non come hai scelto di risolvere tu, quantomeno.
- Ecco, parliamo di com’è che ho risolto io...
Cloe si irrigidì. Dovevo venire a patti con quell’umore instabile, occhi catatonici, drammi sepolti, l’ennesimo caso umano.
- Non lamentarti ora Dan Dweyer, sai benissimo di aver fatto l’unica cosa sensata a quel punto.
- Parliamone.
- Prima di allora te lo eri proposto migliaia di volte. Ma non hai mai agito, il tuo guaio più grosso è che non agisci, lo sai.
Le verità proferite da una persona instabile sanno essere le più dirette e velenose, non hanno smussi, ti prendono di taglio, si ritirano immediatamente dietro a sguardi incolpevoli.
- Tutto qui?
- Non hai mai trovato la forza di percorrere strade alternative. Hai commesso l’errore peggiore. Per chiudere il capitolo ti sei chiamato fuori.
Non sarebbe stata in grado di dirmi altro. Gli occhi sbarrati, coperti da un velo di terrore congelato da anni, fissava le onde, ne seguiva lo sviluppo lontano, il colore grafite del mare grosso, i lembi delle nuvole in diaspora.
Da lontano la sua mente comandò di dire altro, parole fugaci, dettatura, frasi utilizzate in chissà quale altro ambito: - Adesso sei qui, smettila di cercare il passato... sei qui, sei riuscito a chiamarti fuori dal gioco... disgustato dal gioco…
- Io ero disgustato dal gioco Cloe... quale gioco?
Inafferrabile, una chera del destino che sputava oracoli rotti, pronunciati in sequenza casuale.
Ebbi una vertigine, mi sedetti sui talloni, poco distante da lei. Addossai la schiena ad una grossa bitta. Di fronte a me si arricciavano le nuvole, manto strappato attorno all’astro gigante. Sopra il mare, quell’occhio incandescente era uno sguardo difficile da ricambiare, mi rimisi al suo giudizio. Poi piegai il capo di lato, occhi al flusso amico, l’acqua non mi risparmiava delucidazioni. Simile a quell’altro flusso, quello così trascurato del pensiero, mi parlava della mia attitudine a perdere tutto. Così come per gli affetti, ero incline a smarrire anche i propositi.
Talvolta trattenevo qualcosa, raramente era roba utile. Ecco anche perché ero giunto a tanto poco, pensavo.
Certo cercavo di osservare il labirinto dall’esterno, ma focalizzavo solo punti sparsi.
Ero un cecchino, appostato su un tetto a margine. Ero lì da più di un anno senza sapermi decidere a premere il grilletto.
Ora mi ero preso una pausa, avevo scollato l’occhio dolente dal mirino. Mi guardavo attorno, scrollavo le spalle, tornavo a respirare e capivo: stretto il fuoco al mirino per tutto quel tempo m’era mancata una visione d’insieme. Senza considerare che in tutto questo non mi ero mai reso conto di occupare i giorni in un’attività assolutamente inservibile.
Infine l'incapacità di amare. L'amore per gli altri chiede prima amore per se stessi. Io avevo saltato a pie’ pari il primo passaggio.
Provai un disagio nuovo.
Mi alzai, il vento sul molo non staccava più, mi sentii in diritto di non salutare.
Cominciai ad allontanarmi, due, tre falcate... poi venne il solito insano impulso di voltarmi, vidi gli occhi di lei sui miei: -…e nauseato Dan, soprattutto dal tuo, il tuo modo di giocare...

Tuesday, December 21, 2004

London calling: Barons Court



Guardando oltre il vetro spesso dell'oblò metabolizzo lentamente il frastuono del reattore lì accanto. Mi piace volare a cavallo dell'ala. L'accelerazione al decollo, l'idea stessa della partenza a razzo valgono quel boato insistente. Portelli presurizzati e motore a reazione, viaggio irreversibile. Pochi istanti dopo, oltre l'ala inclinata c'è solo la luna, distesa a pancia in sù, come non mi era mai capitato di vedere. Soggettiva di un astronauta. Poi tutto come sempre: il balletto delle hostess, il carrello del caffè, quello dell'immondizia, il sorriso del pilota che va alla toilette. Gente abituata ad esibire serenità. L'hostess si sistema lo chignon specchiandosi sull'acciaio del carrello, poi lancia un'occhiata d'intesa alle colleghe. Queste ragazze camminano per gran parte del giorno a chilometri dal suolo. Altre che conosco lo fanno comunque stando a terra, ma non trasmettono l'empatia di queste ninfe dell'aere. Gli occhi delle hostess brillano, non lasciano trasparire la noia di doverti ripetere quattro volte il prezzo del caffè. Sono belle, brutte non le assumerebbero. Forti di dentature candide, occhi cerulei, fianchi stirati, volteggiano tra i sedili porgendoti il cambio in moneta monarchica. Virate, scossoni, vuoti d'aria, si fanno un baffo di tutto e sorridono al loro esilio dalle consuetudini di noi vittime della forza di gravità, abbarbicati alla crosta terrestre per la quasi totalità delle nostre esistenze.

Sopra la Germania il cielo sembra sgombro. Magari è la Francia. Migliaia di metri sotto i motori, misteriosi fiumi di lava screziano il tappeto nero del continente. Quelle vaste ragnatele arancioni sono trame fittissime di esistenze che si incrociano. Laggiù c'è il resto dell'umanità, inutile dire che buona parte di essa a quest'ora dorme. Inutile dire che molti non ci riescono, c'è senza dubbio qualcuno che ha scelto questa notte per chiudere i conti con l'insonnia e staccarsi dal suolo. Qualcuno lì sotto sta per cambiare punto di vista, la ragnatela brulica di attraversamenti importanti, magari definitivi. La luna ora è rossa come quel magma. Bassa all'orizzonte, sembra una faglia su quella crosta nera, sembra la fonte stessa di quelle trame incandescenti.

Torno a camminare per le strade nere della città insonne. l'aria punge, il cappotto non aiuta, questo è freddo oceanico. C'è chi detesta questo clima. Se senti di essere votato al sole dei pomeriggi di luglio a Bibione, lascia stare. Sardegna? lascia stare.
Qui la gente ha il colorito dell'unico intonaco utilizzato sopra l'uniformità del mattone.
Chi li ammazza a questi? e a queste? esili biondine fuori dai pub la sera, piove, ma di ombrello non se ne parla, va bene se hanno qualcosa sopra le t-shirt e le canottiere.

Al termine del lungo tragitto dall'aeroporto alla zona 2 della città, spostandomi in vari modi tra gli infiniti blocchi abitativi omologati e ricampionati con impercettibili differenze da un qualche demiurgo che avesse la fissa del mattone rosso, giungo al domicilio del mio amico attore. Occupa una stanza al primo piano di una casetta bianca. Alle pareti lo stesso intonaco che all'esterno, sotto i piedi moquette. Strano no?
Qui la moquette sopperisce all'arredamento mancante. Albert non ha mensole, armadi, baldacchini. C'è la moquette. Tagliata approssimativamente, i bordi abbondano, sono piegati sul battiscopa. Per terra libri, dvd, cd, camicie, stoviglie. Sul comodino troneggia un autoritratto di Albert. Si è rappresentato con frac e cilindro, scherzo sul fatto che possa avere la valenza del ritratto di Dorian Gray. Ma diversamente che nel romanzo di Wilde, questo non è relegato in soffitta, sta lì in bella mostra e non è oggetto d'ossessione per il nostro artista. Albert in questi giorni fissa con occhi catatonici un altro quadro. E' una sorprendente riproduzione de "La persistencia della memoria" di Dalì. La vedo la sera dopo posta su di un cavalletto al centro del set della sua ultima rappresentazione. La scenografia riproduce la scena dell'incontro realmente avvenuto tra Salvador Dalì e Sigmund Freud a Londra nel 1938. Lo spettacolo in sei repliche si tiene al Barons Court Theatre. Lo screenplay e buona parte delle scelte registiche sono di Albert, nominalmente la regia è di una ragazza corpulenta, così defilata da non uscire nemmeno agli applausi finali.
E' Albert il vero director, scherzava un nostro comune amico notando che per contenere la sua personalità Alberto sarebbe obbligato ad abitare in appartamenti con due camere, una per sè, l'altra per il suo ego.

La prova attoriale è notevole, si notano i passi da gigante dovuti alla frequentazione della drama school, il mio giovane amico non risparmia impegno.L’esibizione prevede monologhi molto articolati, la dizione spagnoleggiante, fisicità, volteggi da ballerino di flamenco, affondi da schermidore. Il nostro si spende in prodezze atletico-linguistiche; catalessi auto-indotte, vocalizzi, risate isteriche, coiti simulati. L’intento é di portare sul palco uno spirito incarnato. Ma l’esperimento muove da una provocazione: il referente di Dalì secondo il subject, il professor S. Freud non sarà presente sul set, sarà il pubblico a diagnosticare lo sdoppiamento di Alberto Dalì. Alla quinta replica tuttavia é proprio il catalizzatore di questo processo alchemico a latitare, il pubblico non arriva a riempire mezza sala per serata.
Le cose cambiano l’ultima sera, la platea sotterranea del Barons Court si affolla, le vecchie poltrone scricchiolano di paglia e segatura di tarlo.
Albert conclude una giornata estenuante, dopo non aver probabilmente chiuso occhio sul quesito “cosa non ha funzionato?” e impiegato la mattina gelata a posare sul set all'aperto di un fotografo italo-britannico per un servizio che lo vede incarnare Dalì anche sulle gelatine, quasi che un Man Ray redivivo grazie all'impresa spiritica volesse riprendere la collaborazione artistica col genio vanitoso, lo ritrovo a sera fresco e determinato come sempre. Mi apre la porticina a fondoscala, e nelle segrete del pub Curtains Up prende nuovamente vita la cerimoniosa seduta spiritico-analitica. Questa volta attorno alle poltrone sfondate ci sono fari e cavalletti. Il nostro ha coinvolto nella produzione una crew di presa, lo vedo fare i preparativi e discorrere animatamente con la presunta regista, i cameramen registrano anche il backstage.
Sono tra i primi a sedermi, dopo meno di mezz’ora, il polveroso Barons è popolatissimo, in una nera cantina londinese chiusa da volte a botte prende vita l’ultima serata di uno spettacolo sulla reincarnazione, il medium é un ragazzo di 26 anni che solo aprendo le braccia impegna tutto il palco, un microscopico ring al centro dello scantinato, mi chiedo se non si tenessero incontri clandestini lì sotto, il set sembra quello di certe scene di film come “Fight club” o “The snatch”..
L’operazione stavolta riesce perfettamente e Alberto vuole chiudere con una perla di metateatro; a poche battute dal termine Amanda (Catherine, un bionda giovane attrice nata e vissuta a Londra, di lei Alberto avrà a dire: “dopo il casting ho capito che lei era la mia perfetta Amanda”) e il padre di Dalì afferrano il nostro, lo siedono sullo scranno di Salvador e, rasoi alla mano, letteralmente lo spennano.Gli fanno un taglio di capelli degno di Deniro al termine di "Taxi driver", Albert che ad oggi portava i capelli lunghetti e impomatati alla Dalì chide lo spettacolo con una crapa da paziente di reparto neuropsichiatrico con una coerente espressione vuota di chi abbia subito una lobotomia.
Il pubblico é a disagio, ma poi sublima l’incredulità in euforia e gli applausi scrosciano, il talento e il coraggio di Albert sono pienamente ripagati.



Sunday, December 12, 2004

Amarcord Barcola


Eterno seb, c'é una rosa di quattro cinque esseri umani alla quale tengo particolarmente, li chiamo amici, ripeto quattro-cinque, come ci insegna il padre di Derek Dweyer ("mutherfacka" campeggia in cucina accanto al cartellino col suo nome, e parlo della tua mitica cucina moquettata anglosassone) e in questa rosa di anime pie trovo costantemente conforto e rasserenamento anche solo attraverso una mail. Così mi dici che Jack verrà in aprile, io sono stato a casa sua, anzi in quel mitico tempio dello studente-triestino-tipo, vista sul golfo tipo cartolina di Napulemilleculore ed eterno clima da gioventù alla Big Wednesday, gente che si laurea semplicemente in fisiotermica nucleare alternando un esame ad uno sbornia-party con ragazze spagnole a cavalcioni sul prato antistante il golfo napule e il gran canyon dal quale ammirammo la cavalcata solitaria di Damiano, rimembri ancor. E sopra il capo un solo grande manto di stelle. Leggiti Tortilla Flat di Steinbeck quando on passant avrai due minuti e vi troverai il clima triestino di cui sopra. Insomma giusto un mercoledì da leoni quello scorso nel quale ho preso forse per l'ultima volta (Jack ha concluso, ha coronato, tutto é compiuto) il treno per Trieste contando di passare la notte lì e tornare giovedì mattina nella amata Treviso (sì è lì che lavoro, ma é ancora tutto in forse, da definire, tutto in prova perciò lascia che il tempo ne parli eventualmente più oltre che pria...).
Ebbene, merendine Misterday, una strapazzata unica, giungo a festa ascendente (eleven o'clock), ti ricordi la salita per raggiungere Jack, bene all'inizio dell'ultimo rettilineo in salita già la musica inonda la strada. Entro ed é un inferno, Rage against The machine a volume 10, per terra aperti scatoloni da 6 di vini daniel, tose di ogni razza, gentegentegente-divertente, fumo, ma che dico, smog, finestre sul cortile, sexy mambo su ritmiche improbabili e in mezzo a tutto questo hasìno sci sei tu: Danieu. Ha gli occhiali scuri per celare borse d'altri tempi, ha esposto la tesi in mattinata con mamma e zie festanti presto ritornate a Monastier, mentre le sorelline hanno proseguito fino a notte (a loro rischio e pericolo) il venturage iperbolico di quella che sarebbe stata quella festa di cui ti sto parlando.
Be' seb, come Ismaele nel romanzo di Melville, io sopravvivo alla balena bianca per narrare alla gente che verrà cosa fosse una festa di quel tipo, festa vera, festa che mi parla di tutto lo spirito che avrei dovuto avere quand'era d'uopo, liceale diciottenne, festa irripetibile, forse l'ultima di quel genere, ora che é d'uopo crescere.
Al canto del gallo, come il cadavere di me stesso, ho preso giacca e bagagli e sono tornato alla realtà. Jack non c'era, era andato a dormire dalla sua nuova fiamma, una spagnola erasmién, un fiore di ragazza, giuro.
Bé detto così sembra forse tutto irreale, ma seb, credi che quello era il clima.

Friday, November 26, 2004

A solo



Lo so. C'è gente che chiede gioia e canditi. Qui oggi non ne troverete. Magari cambiate blog, c'è una freccina in alto a destra che consente all'utente di slittare al successivo in ordine alfabetico. Scegliete il gusto che preferite. Inserite altre monetine, la gum-ball machine è ricca di delizie.
Ho pensato molte volte all'inutilità del piangersi addosso. Ho visto che di ragioni davvero fondate non ne abbiamo praticamente mai. Ho inoltre visto che giudicare l'altro è insensato. Giudicare se stessi... va fatto di notte. Pregare no. Pregare prima di prendere sonno è ipocrita, chi crede mi ha fatto capire che le preghiere vanno compiute coi gesti, di giorno. Senza peso sulle palpebre e sulla ragione. Di giorno si decide la strada, la notte si cura la logistica, si gira il cartello "locale chiuso" e si stimano danni e guadagni. Meglio se la vista è offuscata, e le fatture vi scivolano sotto il bancone, le cercherete domani, non vorrete mica rovinarvi a tutti i costi il sonno?
Mi è stato detto: - tira una linea, questo è il momento.
Come fare? dovrei sommare tutti i segmenti tracciati di notte? Quando prendo in mano questa faccenda della linea mi ritrovo sempre punto e a capo.
Se penso ai guadagni, non mi viene in mente molto. Atteggiamento negativo, eredità genetica, tara familiare? in parte, certo. Non sono stato abituato a vedere il mezzo bicchiere pieno. Quando mi è stato detto di farlo era sempre con una nota di disappunto, magari all'interno di un contesto polemico, lì dove infastidiva un mio atteggiamento insofferente. Uno non ti dice mai "sii positivo" in un contesto che ti induca ad esserlo. Tu c'avrai le palle più girate di prima e ricorderai quell'esortazione con fastidio. Poi succede anche che ti adoperi a declamare un tuo frangente favorevole, quello no non lo fai di notte, lo fai di fronte a una platea, perchè vuoi l'appoggio, la claque. Ma allora ti senti dire che sei un vanesio, che dovresti osservare un metodo umile per rallegrarti, e, nel peggiore dei casi, ti viene fatto notare che la brezza buona può girare in ogni momento.
Perciò uno che fa? tira la linea. Di notte, con discrezione. E capisce (per ora solo questo):
1 che odiare è più facile che amare, ma nuoce gravemente alla salute
2 che cambiare obiettivi in corsa è una cosa scema
3 che non si può prendere più di quanto si sia chiesto
Infine non, ripeto, non farti il processo di fronte agli altri. Tranne in rari casi, dall'altro lato del confessionale (metaforico) ci sarà sempre uno che ti dice: " eddai, sei troppo duro con te stesso...".
Perchè ha paura che adoperi lo stesso metro nel giudicare lui. Ma tu non giudicare lui. Neanche di notte.

Sogni d'oro.

Monday, November 22, 2004

interni


Non stava zitto un istante, indossava un soprabito a forma di cilindro, con i buchi per le braccia e la testa. una riproduzione leggera di un bidone dei rifiuti, pressofuso in qualche gomma leggera. Coerentemente il copricapo riproduceva una paletta per la spazzatura. Non reagii se non fissandolo per tutto il tempo. Era il mio modo istintivo per passare disinvolto attraverso lunghi minuti di passeggiata. Quando fui all'altro muretto presi a studiare un'immagine pubblicitaria, si trattava di un rossetto per uomo, il modello rappresentato sorrideva raggiante, io per emulazione assunsi la stessa espressione, ma il mio risultava un sorriso in qualche modo agghiacciante. Preso atto dell’impossibilità di comunicare con me, il tizio che mi accompagnava se la prese e si allontanò maledendomi.
Poi un suono di clacson prolungato. Un'auto nera in sosta a lato del solco d'attracco allo snodo Rodi. Un tale dal portello posteriore di questa specie d'autobara urlò nella mia direzione, gliene fui grato, quello era il suono del mio nome.
L'amico mi squadrò, poi sogghignò. Avvicinatomi, vidi che quel ghigno era un problema anatomico.
Senza smettere di fissarmi piegò a fatica il volto verso l'asfalto come a scusarsi. - No, ti spiego, è passato di qui Marcello, ma é un puro caso, e ci siamo messi al coperto qui nella sua... Marcello, hai detto che é...?
- Citroen, é una Citroen.
Silenzio. Non avevo ancora avuto modo di esprimermi.
-Una Citroen, appunto, e' la prima volta che vedo una cosa simile, sul serio, tu ne hai mai vista una Dan?-
Dan, il mio nome, il tizio però non sembrava saperlo di suo, aveva esitato prima di pronunciarlo e infine si era girato verso quell'altro con l'atto di chiedere una conferma. - ma cos'é quest'aria sbattuta, eh Dan, hai idea di che razza di macchina sia questa, no, devi starci dentro per capirlo, sai? che dici Marcello lo facciamo salire, forza Dan, sali. Vieni, vedrai che comoda!...a meno che Marcello non abbia pensato di...-
- niente in contrario, sali Dan...
Congelati in una situazione spiacevole, temevano senza dubbio qualcosa. Marcello giocherellava con alcune chiazze luminose a lato del volante, l'altro sembrava sudare per il dolore che gli provocava quella posizione china del volto, mentre il ghigno non se ne andava. Mi scrutavano imbarazzati dai due oblò laterali, ebbi l'impressione che ci fosse qualcos'altro che non il mio silenzio a paralizzare la situazione. Ebbi la certezza che fosse seduta una terza persona in quell'auto che Marcello avrebbe preferito non presentarmi...
Ci fu un richiamo leggerissimo, un profumo che aveva fatto breccia nel mio cervello appena raggiunta l'auto. Lo sguardo venne attratto oltre il posto di guida...
nel buio degli interni in pelle nera, l'occhio ci mise una frazione di secondo, poi i tratti furono netti.
- Luna, ricordi?

Thursday, November 11, 2004

Trattamento di fine rapporto.



Nessuno aveva mai osato additare la mia barba di tre giorni o la camicia macchiata, il mio ritardo di mezz’ora, la freddezza coi clienti al telefono, no tutto lasciato correre, come se si scommettesse su quanto potesse durare. Sì, qualcuno accennava piccole provocazioni, Ario se ne veniva fuori con qualche stramberia, tipo “sai cosa ti serve per recuperare smalto a te? tu devi giocare, trovati qualcosa su cui buttare le serate, colleziona quei cosi... i nodders! o chessò... scaricati dalla rete i vecchi Looney Tunes, i Warner funzionano sempre, voglio sentirti ridere, bell'uomo, devi ridere anche quando sei in cesso, da solo, senza un motivo preciso. Poi…stop! decidi di mettere la testa a posto, ti procacci la Donna, La Moglie, ti innamori, ma una cosa seria, solo così esci dall’incantesimo! - Sì eh, ma tanto vale che me la trovo subito la moglie, senza le cazzate prima e i Looney Tunes ti pare? - Ah sì?! i Looney Tunes sono per creare appeal, amico, chi vuoi che ti voglia così? così al massimo sei appetibile per le pompe funebri", o ancora “te ti serve…te, vedi, devi procurarti un amore hippye, una cosa così, l’amore come lo cantavano i Beatles. Ti procuro io la documentazione adeguata, domani ti porto una lista di mp3 e dvd di quel tipo lì, vedrai se non ho ragione!”.
Per Ario Tama magari avrei potuto rinunciare a licenziarmi, ma quel giorno che andai a lavoro in pigiama, non avevo più nulla da spartire con nessuno, non salutai, andai di filato in direzione, senza preavviso. Mi sedetti di fronte ai titolari dell’azienda fortunatamente tutti presenti, sventuratamente impegnati nei loro piani d’affari. Mi sedetti e attaccai:
- Mi mettete tristezza, questa azienda è un coagulo di intenti tristi atti a servirsi della necessità di molti per il profitto di pochi.
Ristetti.
Silenzio.
Una, la donna del clan sospirò sarcastica: - Questo che tu descrivi è il meccanismo produttivo più diffuso dopo il collasso del modello sovietico.
Silenzio.
Immobile a gambe accavallate, fissavo un punto della parete dietro le loro poltrone, nella gigantografia dello staff aziendale io ero ritratto a margine, goffamente piegato, lo sguardo opaco, l’assenza post trauma, i capelli rasati a zero, il colorito verdastro...
Lady Clan sbuffò, cercò una sigaretta, avrebbe completato il discorso sul sistema capitalista se non le avessi intimato di lasciare giù il pacchetto e non mi fossi alzato per andare presso la foto e invitare tutti a guardare attentamente il mio volto in quella, delinearne i contorni come un critico che illustri un quadro in vendita. Indicai i particolari, ciò che mi premeva ora è che leggessero l’amarezza sulle pieghe agli angoli della bocca.
Tornai a sedermi : - Io esco, vi ho dato sangue a sufficienza. Non temete, non mi aspetto nulla da voi. Per quanto mi riguarda, voi siete un’esperienza interamente conclusa, un ciclo, il cerchio che chiude, l’alfa e l’omega.
descrissi due bizzarre orbite coi mignoli, qualcosa visto in un vecchio movie dove gli alieni testavano gestualità comprensibili agli umani.
In coda alla scenetta si creò una sorta di attesa per qualche eventuale formula di commiato.

Niente.

Gambe accavallate.

- Io esco.

- Prego...
Lady Clan indicò stancamente la porta.

- Decido io quando.

- Questo é da vedere, esistono delle normative.

- Ecco il momento. Ah!!
la sedia volò di lato, si frantumò manco fosse di gesso, non mi scomposi, li spiazzai con un inchino buffo e un dietro-front militaresco
- Ed ecco le normative.
un’uscita a passo di samba, in tasca avevo acceso un miniplayer con la raccolta “Saudade do Brasil”. Cercavo la farsa, in questa faccenda serviva colore, quello che avevo perso io in quell’anno.

Tuesday, October 26, 2004

vuoto tre


Solo come chi ha paura stavo ancora chiuso e muto, ovunque andassi.
Stavolta ero in compagnia di una dolcissima biondina in un locale sopra il raccordo est.
Bontà mia, oltre a me c’era anche il mio medico. Oramai mi spostavo solo all’ombra della sua stazza e lo lasciavo parlare e parlare.
Attorno a me grazie a lui si creava una sfera sotto la quale potevo comodamente rinunciare alla fatica di dover sostenere qualunque argomentazione. Ciò di cui avrei dovuto parlare con lui poteva ancora una volta essere rinviato, specie quella sera che vedeva il mio amico perfettamente impegnato nella serafica arte di indurre la donzella al riso con argomenti soffici e smorfie leggere. Ci provò tutto il tempo. Di me aveva pietà quanto basta per non coinvolgermi direttamente nei raccontini confezionati per la graziosa. Più tardi, esauriti gli argomenti sapidi, cercò di coprire alcuni suoi stessi vuoti convergendo leggermente l’attenzione sul mio di vuoto, più uniforme. Sapeva come muoversi, qualche battuta qua e là, sul caso umano, la memoria andata, la donna rifiutata.
Adagiato sul divanetto accanto alle vetrate, abbozzavo, ma il mio interesse non era all’amor proprio, guardavo altrove. Oltre la spessa lastra, giù, il mio interesse era forse dentro i lucidi metalli che vedevo scivolare nell’ingorgo della circonvallazione. Pronte e interminabili anguille nelle acque nere del condotto stradale.
- Guardalo, guarda quegli occhi… lo vedi?...
Lapo, una mano sulla spalla di lei, l’altra col bicchiere fermo all’angolo del mento, l'indice dritto nella mia direzione, enfatico nel torpore dei quattro daiquiri:
- Egli non ha pace…
La bionda probabilmente sentiva già di doversi interessare al mio caso.
- Tutto lo ossessiona. Il rumore di un clacson, poche carte spiegazzate sul ciglio di una strada, indizi ovunque… lo mandano in crisi gli eventi di un giorno, quelle quattro cose che ti succedono in un giorno, una mail, un messaggino, gli occhi azzurri della stagista, il sorpasso pericoloso…il mio amico ha una sensibilità eccessiva o questo è quello che vuol darci a vedere.
Lei era grata per la mia solitudine, questo mi distolse dalle anguille nere.
- Non credo che il tuo amico sia contento di essere descritto così…
La stronza
- Ahaah…stavate parlando di me?
- E di chi vuoi che si parli, sempre e solo di te, sei inevitabile, come gli argomenti tristi a metà serata
- Hai qui di fronte un bocciolo di ragazza e non trovi argomenti allegri, perdi colpi mio mitico Lapo...
- Ma con lei ho già chiarito, poco fa le ho chiesto se vuole uscire con me…
- Che dice?
- Mah… la vedi…temporeggia…
- Vuole garanzie.
- Che garanzie dovrei volere, vediamo?
- Bah… Lapo…coraggio, che garanzie, avanti…
- Garanzie? Sei tu Dan che hai parlato di garanzie.
- Certo , le ragazze chiedono garanzie, le tue quali sono?
- Boh lo sai, uno come me non le farebbe mancare nulla.
- Cos’è che mi daresti nel dettaglio?
- Un’assegno, la cifra la decidiamo…ne parliamo, non c’è problema.
Graziosa si fece cupa. In me svaniva perfino l'interesse per il traffico sul raccordo.
Lapo provò a sciogliere l'effetto gelo con una sganasciata che suonò spasmodica, insensata, drogata. In cuor mio decisi di non aiutarlo. Altri due sorsi di daiquiri alla fragola e lei chiese di essere accompagnata a casa. In auto pensavo a Luna, a Cloe, e a qualcos’altro di ancora più infondato, non alla battuta ammazzaserata di Lapo. E poi quale serata? il cruscotto segnava le 5 e 20, a quell'ora la mia donna, se già era nata, faceva certo i sogni migliori.

Friday, October 15, 2004

Il compromesso, caro Chalmers



(...)Superato un certo punto non si può più pretendere
di portare gli altri dalla nostra parte, è necessario
cercare di incontrarsi(...)

(...)Ho recentemente acquistato un libro sul tema del
"compromesso", scritto da uno scrittore istraeliano
(Amos). E' una parola che mi ha sempre terrorizzata,
ma per la prima volta, ne ho intuito una prospettiva
di lettura "positiva"(...)


(...)Sono inoltre d'accordo con A. che una
realizzazione esclusivamente "egocentrica" sia una
contraddizione in termini(...)

E' giusto temere il "bisogno", ma occorre ricordare
che la nostra vita "dipende"(...)

(aut.cit. Elettra)

Sapete due sere fa mi vedevo "Bullit" in santa
solitudine, sprofondato sul divano, destra sul
telecomando sinistra sulla lattina da 50 di un'ottima
birra austriaca reduce di interminabili scorte
logistiche dei fratelli Biscaro e delle loro chiassose
feste estive. Massì come Fantozzi, ok, al posto della
frittatona di cipolle la zuppa del cinese, pesante
quasi allo stesso modo.
Ero lì, analizzavo le meravigliose soluzioni tecniche
di quel gioiellino di film, la sceneggiatura che
funziona come un Vacheron della collezione Plate,
McQueen perfetto, Bisset bellezza d'altri tempi, San
Francisco, inseguimenti, occhi nervosi su specchietti
retrovisori, tensione gestita in modo magistrale,
Peter Yates nel '68 con un bagaglio di cose da
insegnare ai vari Tarantino, Soderbergh, Avary.
Ero lì, sognando di morire un giorno felice di aver
partorito qualcosa degno di un decimo della caratura
di quel film, quando McQqueen dice una cosa a Robert
Vaughn (ce l'avete presente tutti, il classico
faccia-di-culo che fa nove volte su dieci il sospetto
di omicidio negli episodi storici di Colombo). Dice:
"Il compromesso, caro Chalmers, è roba che fa per
gente come lei". Ora, lasciamo stare il contesto,
lasciamo stare faccia di culo e McQueen-vero duro,
concentriamoci sulla parola compromesso. Quando l'ho
sentita m'è apparso un cucù a centro schermo. E a
cavallo di esso il Grillo Parlante. In coro mi
dicevano: "Florianoooo....il compromessooooo....".
"No!!!" salto sù io, versando uno spruzzo di birra sul
divano (e non ho ancora comprato il grand foulard
Bassetti da metterci sopra, cazzo) "il compromesso no!
abbiamo appena detto che il compromesso è roba per
gente come Robert Vaughn. Insomma Steve McQueen non
gradirebbe...".
Concluso Bullit quella parola è rimasta lì sul becco
del cucù e m'ha rammentato che già Elettra ne aveva
fatto menzione nella mail sopraccitata.
So che tirando nuovamente in ballo l'argomento faccio
un passo indietro rispetto al vorticoso processo di
sviluppo del nostro forum. Non sembri snobbare tutti
gli argomenti messi in gioco dopo la questione "status
familiae" esposta da Bisquits e mirabilmente
affrontata da Elettra. Elettra è una persona eccezionale,
credete a me, l'intelligenza messa a servizio della
coerenza (no Elettra, non sono prossimo a chiederti un
prestito, il che non esclude che ne avrei punto
bisogno).
Lei ha detto una cosa molto giusta a parer mio, lì
dove prende in considerazione "il compromesso".
Trovare il punto d'incontro nel mezzo. Sì, insomma
giusto lì, dove "stat virtus".
La rabbia nelle vene, Bisquits, certo, prima o dopo la
si prova tutti quando arrivano affermazioni infelici
dalla bocca di chi meglio di ogni altro dovrebbe
sapere come siamo fatti, cosa è utile dire e in che
modo.
Abitudini pericolose, Elettra, certo, Tom già da tempo
afferma che "è la promisquità che crea disagio", io
aggiungo anche il reiterarsi delle piccole iniquità
casalingh(u)e. Voi gente di foro, sapete meglio di me
cos'è il danno biologico. Seby (altro probabile
esperto di fori), tempo fa in un locale a Vittorio
Veneto (Wally e Marika gli esotici nomi delle
referenti al nostro tavolo) si soffermava sul fatto
che quando avvengono i patatràc a base di fucile a
pompa in certe case di onesti lavoratori, il vicinato
non si capacita mai dell'accaduto (per partito preso,
lo esige la prassi). Ai microfoni la gente dice "Era
tanto un brav'uomo, lavorava sempre" oppure "era un
tipo tranquillo, lavorava tanto". Insomma nessuno
ragiona sul disagio, nessuno ricostruisce la formula
che ha portato all'assurdo. Certo prima di ragionare
sull'escalation dell'assurdo serve lavorare su quelle
due tre frasi estrapolate dalla mail di Elettra (ripeto
"l'intelligenza messa al servizio ecc."). Insomma Seby
parodiava com'è uso: "Ragazzi tutti dicono era tanto
un bon "fiòl", lavorava tanto, ma nessuno s'è mai
messo nei panni del bon fiòl, che torna a casa dopo
magari dieci-dodici ore di miniera (figurata) e trova
la moglie in pelliccia e bigodini che rasa il prato
alle 22.30..."
oppure (pari opportunità): "tutti dicevano tanto una
brava ragazza, lavorava tantissimo", ma nessuno si
sofferma sul fatto che lei tornava a csa e in cantina
c'era lui a mezzanotte che perdeva due ore a lucidare
i tacchetti delle scarpe da calcio...".
I Bush cantavano (giuro che esisteva un gruppo con
questo nome) "little things hurt".

Ciao.